sabato 29 gennaio 2011

Dalla diaspora, voci in contrappunto

Titolo Dalla diaspora, voci in contrappunto. Hannah Arendt ed Edward W. Said nel conflitto sionista-palestinese
Autore Parise Eugenia
Prezzo
Sconto 10% € 13,50
(Prezzo di copertina € 15,00 Risparmio € 1,50)
Prezzi in altre valute

Dati 2010, 151 p., brossura
Editore Ombre Corte (collana Culture)

http://www.ibs.it/code/9788895366784/parise-eugenia/dalla-diaspora-voci.html

sabato 8 maggio 2010

Paola Caridi: su Edward Said

I post di Paola Caridi nei quali ha citato o ha fatto riferimento a Edward Said:

L’etnografico Goodall
January 21st, 2010
http://invisiblearabs.com/?p=1488

Orientalism reloaded
September 23rd, 2009
http://invisiblearabs.com/?p=1258

Orientalismo per infanti

September 3rd, 2009
http://invisiblearabs.com/?p=1214

Orientalismo reloaded
June 12th, 2009
http://invisiblearabs.com/?p=1056

Stereotipi, bugie e videotape

December 9th, 2008
http://invisiblearabs.com/?p=644

L’occidentalismo di Jocelyn
December 2nd, 2008
http://invisiblearabs.com/?p=634

Doppi standard. Parola di Georges Corm

April 10th, 2008
http://invisiblearabs.com/?p=229

domenica 25 aprile 2010

Appunti Sullo stile tardo fra Said, Adorno e altri

di Marco Gatto


Musica, estetica, critica letteraria
nel saggio postumo dell'autore
di Orientalismo. Un j'accuse
contro gli intellettuali odierni?


Intorno al 1934, Theodor W. Adorno stava progettando un libro sull’esperienza musicale ed estetica di Beethoven. Negli appunti per la stesura, l’oggetto di analisi andava sempre più delineandosi come una riflessione sulla natura delle opere artistiche della vecchiaia. In esse – e dunque negli ultimi quartetti del compositore, nelle ultime sonate per pianoforte o nella magnifica Missa solemnis – Adorno leggeva il loro carattere corrugato, dilaniato, frastagliato e disarmonico. Vi leggeva anche una rivolta senile alla tradizione e all’imposizione dei canoni, alla norma assunta come crisma di un’affiliazione alla grande cultura riconosciuta: insomma, le opere tarde, per il filosofo, consegnano al lettore o all’ascoltatore una ribellione soggettiva nei confronti delle convenzioni, che le rende, per questo motivo, aggressive e inconciliate, contrastive e antiretoriche.

A raccogliere il suggerimento di Adorno, proprio negli ultimi mesi della sua vita, è stato un suo indiretto allievo (come amava definirsi), l’intellettuale arabo-americano Edward W. Said, scomparso nel 2003, noto al grande pubblico per il suo impegno a favore della causa palestinese. Said oggi è largamente studiato e tradotto in Italia, e ciò non può che rallegrarci. Il suo nome è legato agli studi postcoloniali, ma inizia a diffondersi anche in ambito filosofico. Professore alla Columbia University, intellettuale dichiaratamente “outsider”, vittima di un esilio che da condizione politica si fa risposta culturale, Said è stato soprattutto uno straordinario critico e teorico della letteratura, nonché un attento interprete della condizione musicale dell’Occidente. Non è un caso, pertanto, se le riflessioni contenute nel postumo Sullo stile tardo (Il Saggiatore, pp. 166, € 19,00) – importante tassello per la conoscenza dell’autore nel nostro Paese, di cui si attende ancora la traduzione di due fondamentali contributi come The World, the Text, and the Critic e Musical Elaborations – siano indirizzate in via prioritaria alla musica e alla letteratura.

Quel che interessa particolarmente all’autore di Orientalismo è la condizione di «esilio autoimposto» e volontario che diviene centrale nelle opere della maturità: grazie a questo salto dialettico che coinvolge la produzione artistica e la condizione corporea, la soggettività creatrice sembra illuminare il carattere storico della sua rivolta e inaugura una forma condivisa di autocoscienza. Il libro è allora una messa in evidenza di questa peculiarità in autori come Jean Genet, Thomas Mann. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, in musicisti come Richard Strauss o Richard Wagner, in registi come Luchino Visconti. Ed è forse il saggio su Glenn Gould, l’ormai leggendario pianista canadese entrato nell’alveo dei grandi interpreti del secolo scorso, e purtroppo oggetto di un odierno feticismo che ne trascura la portata politica, a rappresentare potenzialmente il messaggio dell’intero libro. In Gould, Said pare scorgere un’allegoria stringente della possibilità soggettiva di fondare, attraverso la propria protesta, una proposta di critica alla realtà condivisa, che cerca il rapporto con l’Altro come fondamento di una vita democratica e civile. La presunta lontananza dell’intellettuale dal mondo è in realtà un modo per ritrovare un legame più diretto con la contingenza.

Non può non stupire la constatazione che va delineandosi pagina dopo pagina: il fatto che lo stesso Said sia in realtà un prodotto della sua “tardività” rispetto al mondo. In fondo, quanto possiamo sentirci eredi noi, in un tempo così profondamente segnato dal nichilismo e dall’individualismo, di un intellettuale che ha speso tutta la sua esistenza in una forma di impegno militante e di demistificazione pubblica del potere? Da questa prospettiva, dunque, Sullo stile tardo è forse un atto di accusa contro gli intellettuali di oggi, poco restii ad assumere la criticità come fondamento della loro pratica culturale, e dunque conniventi, responsabili, coinvolti, subordinati al potere. Leggere Said è un primo antidoto a quell’assenza di alternative e a quella sterilità di pensiero che ha contraddistinto l’ilare nichilismo dei postmoderni. E ciò pare non poco significativo se diamo uno sguardo alla situazione politica e culturale del nostro Paese.

Marco Gatto

(www.excursus.org, anno I, n. 4, novembre 2009)

http://www.excursus.org/poesia/GattoSaid.htm

giovedì 22 aprile 2010

New York e il Mistero di Napoli: Viaggio nel Mondo di Gramsci.

New York and the Mystery of Naples: A Journey through Gramsci’s World.
Italian title: New York e il Mistero di Napoli: Viaggio nel Mondo di Gramsci.
Producer: Giorgio Baratta
Distributor: Le Rose e i Quaderni, 1994.
Description:
The presentation of this documentary film provides English translations and subtitles. The film includes a presentation by Dario Fo and interviews with Giuseppe Fiori, Cornel West, Edward Said, and many others.

http://www.internationalgramscisociety.org/audio-video/index.html

http://www.internationalgramscisociety.org/audio-video/gramsci.ram

lunedì 12 aprile 2010

Intervento di Said a Mantova. 2001.

Said al Festival della Letteratura di Mantova.

http://www.rainews24.it/ran24/rubriche/incontri/autori/said.asp

venerdì 19 marzo 2010

La grande rimozione

Edward W. Said: letteratura e imperialismo

Tariq Ali

Edward Said è uno dei più importanti critici letterari del mondo di lingua inglese. Ha scritto molte opere e saggi di letteratura e il suo lavoro ha suscitato vivaci dibattiti sulla cultura, l'identità, la funzione della critica e la formazione della tradizione. Il suo capolavoro, Orientalismo, ha sancito in tutto il mondo la sua fama di critico nell'età dell'imperialismo.
Cultura e imperialismo (con sottotitolo Letteratura e consenso nel progetto coloniale dell'Occidente, Gamberetti, pagg. 420, lire 49.000) estende ulteriormente il raggio d'azione della sua critica. Si tratta di un'opera, in un certo senso, più sicura di sé e allo stesso tempo più rilassata di Orientalismo. Said scrive con grande sicurezza di letteratura inglese, dell'opera lirica italiana, della pax americana e delle tragedie che si sono rovesciate sul mondo post-coloniale. Una fiera polemica politica si accompagna, tranquillamente, con uno studio dettagliato e appassionato di argomenti d'estetica. Alle volte il libro può essere letto come il fluttuare di una presa di coscienza. Qua e là vi sono delle tensioni irrisolte, che riflettono le contraddizioni dello stesso Said nel momento in cui si trova a mediare tra il suo ruolo di critico e la sua funzione di intellettuale pubblico, di dissidente della democrazia. In generale Said riesce bene a gestire il tutto. Il suo messaggio è diretto. Nonostante i tentativi dei critici e dei teorici inglesi di creare una sfera culturale totalmente separata e isolata, non c'è - sostiene Said - alcuna muraglia cinese a dividere l'estetica dalla politica.
Uno dei capitoli che preferisco è quello intitolato "L'Impero al lavoro: l'Aida di Verdi". Un lavoro di decostruzione di quella famosa opera di Verdi. Un capolavoro non molto convincente che fu commissionato al maestro dal governo egiziano, nel 1869, per celebrare l'apertura del Canale di Suez. Egli descrive un primo sdegnato rifiuto dell'autore di scrivere su commissione, il suo successivo cambiamento d'opinione grazie ad una grande somma di denaro (150.000 franchi d'oro) e quindi l'opera stessa. L'Aida venne scritta per un pubblico egiziano che Verdi non conosceva e del quale non gli importava nulla e per Said si tratta di un "lavoro ibrido, profondamente impuro, che appartiene egualmente alla storia della cultura e a quella della dominazione d'oltremare. È un lavoro complesso, costruito attorno a disparità e a discrepanze che sono state ignorate o non approfondite, e che possono essere rilevate e descritte: si tratta di disparità e discrepanze assai interessanti in sé e per sé, che danno il senso delle sue discontinuità, delle sue anomalie, delle sue restrizioni e silenzi assai più di quanto facciano quelle analisi critiche che si focalizzano esclusivamente sulla cultura europea".
A differenza di alcuni dei suoi più rozzi seguaci, Edward Said non è mai semplicistico nelle sue conclusioni. La sua decostruzione delle novelle di Jane Austen, Mansfield Park in particolare, fa emergere come nessuna di quelle opere sia innocente. Come, al di là della loro forma letteraria, i romanzi vengano scritti in un preciso contesto socio-economico e politico. In questo caso sullo sfondo abbiamo la schiavitù nelle piantagioni delle Indie occidentali, grazie alla quale alcuni personaggi del romanzo possono condurre la loro vita agiata, ma della quale l'autore non prende mai nota se non per alcuni riferimenti fugaci alle piantagioni.
Questo però - insiste Said - non fa della J. Austen un "tirapiedi dell'imperialismo" e Mansfield Park non è in alcun modo responsabile della degradazione e della miseria che furono l'inevitabile corollario del colonialismo britannico. La Austen, nei suoi romanzi, riflette la realtà dell'Impero ma dopo averla in un certo senso sterilizzata. E diciamo questo senza nulla togliere alla sua brillante scrittura come anche a quella di Joseph Conrad o di Rudyard Kipling. Si tratta però di ribadire che i romanzi vanno collocati in un determinato contesto. Said non sostiene affatto che tali opere non vadano lette, dal momento che lui, chiaramente, le ama ma piuttosto che dobbiamo farlo con intelligenza e in modo critico. Ed è questa l'idea alla base di Cultura e imperialismo, che dà al libro la sua grande forza. Si tratta di un esempio concreto di quel che dovrebbe essere la critica.
Ma cosa dice Said sull'intellettuale pubblico?
Le due parole "intellettuale" e "pubblico" ci sono familiari, ma è importante soffermarci ancora sul loro significato. Mi riferisco ai dissidenti e agli eretici, a uomini e donne in tutti i paesi del mondo, che sfidano l'establishment, politico, accademico o letterario. Che di essi ce ne sia un gran bisogno è più che evidente. Lo scrittore britannico Bernard Shaw si chiedeva negli anni trenta del secolo scorso: "Il mondo sarebbe mai nato se il suo creatore avesse avuto paura di suscitare dei problemi? Creare la vita significa creare problemi. C'è un solo modo per evitare il conflitto: uccidere ogni cosa. I codardi, lo avrete notato, chiedono sempre in modo isterico che vengano uccisi coloro che suscitano problemi".
Si potrebbe obiettare che c'è sempre stata una tradizione di dissenso e che vi sono sempre stati degli intellettuali pubblici. Ciò è vero e possiamo risalire all'indietro seguendo questa discendenza dall'Antica Grecia e dai Romani attraverso l'acquedotto dell'Islam medioevale sino al Rinascimento e più tardi alla Riforma e all'Illuminismo. La Rivoluzione francese ebbe a tale proposito un impatto che scosse l'intera Europa e arrivò a ispirare anche una rivolta degli schiavi ad Haiti. Tuttavia nei primi venti anni del ventesimo secolo si è avuto un salto di qualità. L'Europa occidentale è passata attraverso una vera eruzione che ha portato alla nascita di uno strato sociale di intellettuali impegnati e dal carattere collettivamente vulcanico. Intellettuali indipendenti sia dalla Chiesa sia dallo Stato, che facevano riferimento a partiti politici che rappresentavano la classe operaia o, nelle colonie, a movimenti di liberazione nazionale impegnati a rovesciare il giogo imperialista. In genere si trattava di uomini e donne, alcuni con alle spalle studi universitari, altri autodidatti, che avevano deciso di scendere in campo con le loro intelligenze dalla parte degli oppressi e dei soggiogati. Il più importante successo di questi intellettuali fu senza dubbio la vittoria della Rivoluzione bolscevica a Pietrogrado nel 1917, un evento che ha plasmato il nostro secolo e polarizzato l'intellighentzia in tutto il mondo. Per Edward Said il 1917 è importante anche per un'altra ragione. È infatti l'anno della dichiarazione di Balfour, quando i britannici decisero di fare della Palestina "una patria per gli ebrei".
Ed è proprio l'esistenza di quest'altro Said - il critico radicale della politica estera e interna americana, l'intellettuale palestinese con una presenza pubblica vibrante e di alto profilo nel cuore dell'Impero, che non intende cedere alle sue lusinghe - a spiegare le grandi ostilità da lui suscitate. Ostilità che non sono confinate alla sola lobby filo-israeliana. Said è infatti emerso come un profondo oppositore degli accordi di Oslo. Egli pensa che Arafat abbia ceduto su tutto e che di questo passo il risultato finale sarà quello di una Palestina mutilata e tarmata. I clientes di Arafat gli hanno ordinato di tenere la bocca chiusa. Uno di loro, una volta grande amico di Said, ha dichiarato in pubblico: "E che diresti se io pretendessi di fare il critico letterario?". Nonostante tutto Said si è comunque conquistato una larga audience in Palestina. Le sue lezioni a Gerusalemme sono sempre affollate di studenti sia arabi sia ebrei. Said è sceso in campo a favore di un unico Stato israelo-palestinese nel quale la democrazia e i diritti umani vengano riconosciuti sia agli ebrei che ai non ebrei. Un messaggio che non è piaciuto a nessuna delle élite al potere nella regione.
L'evoluzione della intellighentzia in tutto il mondo coloniale venne influenzata dagli eventi di Pietrogrado e di Mosca del 1917. La Rivoluzione russa del resto fu guidata dai partiti Menscevico e Bolscevico, entrambi con delle leadership controllate da intellettuali. Da quei giorni in poi sarebbe stato impossibile per qualsiasi serio intellettuale, di qualunque tendenza, ignorare la politica.
Laddove la rivoluzione francese aveva dato fuoco alle polveri della ribellione ad Haiti, la Rivoluzione russa ebbe un impatto incredibile sulla formazione di una nuova intellighentzia in Cina, India, Europa, Sud-Africa, Brasile, Argentina, Messico, nel mondo arabo e, assai più di quanto si pensi, negli Stati Uniti d'America. La tradizione della Rivoluzione russa è stata un potente centro di attrazione per gli intellettuali di tutto il mondo. Una situazione che venne modificata solo in parte dalla morte di Lenin, l'espulsione di Trotzski e l'eliminazione di una gran parte degli intellettuali bolscevichi che avevano fatto la Rivoluzione.
1. È vero che vi fu una grande attività politica nel Bronx e fenomeni come la Partisan Review, che riflettevano preoccupazioni di carattere trotskista, ma il trionfo di Hitler in Germania respinse l'intellighentzia verso Stalin. Gli epici successi dell'Unione Sovietica a Kursk e Stalingrado nel corso della seconda guerra mondiale cementarono poi ulteriormente i rapporti tra l'intellighentzia radicale del Terzo mondo e Mosca.
Fu solo con la decolonizzazione e la guerra fredda che si aprì una nuova fase nella quale opporsi a Washington non significava necessariamente sostenere ad occhi chiusi Mosca. Quella piccola minoranza crebbe rapidamente durante l'esplosione del '68 che ebbe un carattere globale, influenzando non solo l'Europa ma anche il Mondo arabo, l'Asia del sud, il grosso dell'America Latina e gran parte dell'Africa. I combattenti della guerriglia angolana sentivano alla radio delle vittorie dei vietnamiti e prendevano coraggio. La speranza e un forte senso di ottimismo suscitati dalla Rivoluzione russa sono stati presenti sino agli anni Settanta e ad essi va ricondotta una vera e propria fioritura di teorie e idee con una grande diffusione di giornali critici e di opere radicali. Persino le riviste e i giornali ufficiali, grazie a quella radicalizzazione, furono spinti, anche se per breve tempo, ad aprire le loro pagine a voci normalmente ignorate.
L'internazionalismo di quel periodo creò una intellighentzia che fu anche, con poche eccezioni, profondamente internazionalista. La nostra unica patria fu la rivoluzione. Ovunque capitassimo ci mettevamo subito in contatto con coloro che in quel posto lottavano contro i loro oppressori. In questo senso l'idea tradizionale dell'esilio ricevette nuove sfumature a causa della nuova realtà politica. La difesa intransigente dei diritti palestinesi fatta da Edward Said, da Morningside Heights a New York, era scritta con la stessa forza come se fosse stata scritta in un caffè di Beirut. Con una differenza: se l'avesse scritta da Beirut sarebbe stato assai più improbabile che venisse pubblicata sul New York Times. Sono stati infatti la cattedra alla Columbia University e il successo di Orientalismo a far sì che Edward Said venisse accettato negli Stati Uniti come voce dei palestinesi costretti a pagare per i crimini del fascismo europeo, le complicità e compiacenze dei politici liberal-democratici.
Ci troviamo oggi in una fase di transizione ma non dobbiamo viverla in modo passivo. Dobbiamo reagire rispondendo con la lotta ad ogni oltraggio. E di questo Edward Said è un grande esempio con la sua scrittura inimitabile, la sua voce, la sua rabbia. Lo spirito di un intellettuale dissidente deve essere tale da poter resistere alle denigrazioni, alle persecuzioni e ad una relativa povertà. L'intellettuale dissidente deve essere pronto a vivere in una sorte di solitudine, non a livello umano o emotivo, ma nella sfera intellettuale. Capire tutto ciò non risolve certo il problema ma indubbiamente aiuta.
La nostra epoca, questi tempi nei quali viviamo, devono essere salvati dalla prigione del ventesimo secolo finito con la schiena spezzata. Eppure le gemme continuano ad aprirsi. Nuovi fiori sbocceranno. L'intera storia dell'umanità ci mostra che gli espropriati e i diseredati hanno sempre trovato il modo di resistere agli oppressori. Spesso, in passato, gli intellettuali si sono sorpresi della genialità della gente comune e l'hanno seguita con occhi ammirati. Nuove forma di oppressione danno vita a nuove forme di resistenza. Anche se sembra che i nostri nemici abbiano confiscato gran parte del mondo. Anche se i dannati della terra sono sempre trattati come animali e costretti a vivere di briciole, o a non vivere affatto. Tutto ciò significa che non dobbiamo mai tacere o attutire la sofferenza. Dobbiamo continuare a scrivere, parlare, lottare per il futuro, sicuri che un nuovo mondo verrà. Questo è il messaggio di ottimismo che Said lancia al mondo. Ci troviamo di fronte ad un libro che va letto e letto più volte e ogni volta il lettore vi scoprirà nuovi tesori.
(traduzione di Stefano Chiarini)

http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/4/4A20000314.html

domenica 21 febbraio 2010

Edward Said, Volume 1

Edward Said, Volume 1
Di Patrick Williams

By a wide measure of assent, Edward Said was one of the most important scholars examining society, politics and culture. A Palestinian-American, his life had been shaped by the cross-currents of race, globalization and nationalist violence. Said emerged as a leading figure in the dialogue between occidentalism and orientalism, making seminal contributions to our understanding of colonialism, postcolonialism and the responsibilities of criticism. He was one of the figures cited most frequently in the Social Science Citation Index, and one of the few, genuinely global, public intellectuals.

This exhaustive and unparalleled collection draws together the essential writings on Said's thought in a collection which any serious student of contemporary social thought will find indispensable. Planned and produced with a view to provide an accessible and reliable survey of all aspects of Said's voluminous writings, the collection is divided into four sections.

Section 1: Intellectuals and Critics: Positions and Polemics

Included here are reflections on some of the master-themes in Said's thought: the question of the displacement of the intellectual critic; the metaphysics of critical `homelessness', the challenges of exile; Said's relation to post-colonialism; and the important debates between Said, Aijaz Ahmad and Walzer. The challenging and controversial nature of many of Said's ideas are fully explored and the originality of his position on intellectual criticism and post-colonialism is properly acknowledged.

Section 2: Versions of Orientalism

Said's study of orientalism was arguably a break-through work, rapidly establishing him as a central cultural critic of modern times. Said's study was instrumental in opening up postcolonialism as an area of analysis. In this section the relevance of orientalism to the study of culture is examined, and the antinomies of orientalism are surveyed. Said was fully aware that he was writing about a contested subject when he published Orientalism. Here, the axes of contestation are brought together, and their power is compared and contrasted. The section includes discussions of the relevance of orientlaism to the study of Japan; Barthes and orientalism; China and orientalism; orientalism and the Third World; feminism, imperialism and orientalism; orientalism, the West and Islam and orientalism and technology.

Section 3: Cultural Forms, Disciplinary Boundaries

Said's interest in the politics of power and domination is richly explored in his thought on disciplinary boundaries. His work can be partly understood as an attack on certain forms of institutionalized epistemology, but always, with a conviction that the necessity of truth is the sine quo non of academic debate. This section provides readers with insights into the breadth and quality of Said's writings. It includes reflections on Said's Culture and Imperialism; nationalism, colonialism and post-colonialism; music, literature and emotion; Said and the study of history; Said, anthropology and ethnography; language and war; representations of domination through aesthetic forms; and multiculturalism, geography and postcolonial theory. What comes through most powerfully is the sheer expanse and inspired relevance of Said's thought to understanding the present and the relationship between history and the present.

Section 4: Theory and Politics

The questions that Said devoted himself to studying have very wide implications into the organization of self and society. Indeed, Said was an exemplary political writer, in as much as he never stints on his attempt to demonstrate the relevance of theory for practice. This section fully explores these aspects of Said's work. It includes discussions of colonialism and discrimination; the cult of theory; the politics of nonidentity; the power of the word; the relationship between Jameson and Said; Said and cultural relativism; Fanon and Said; Chomsku and Said; the relevance of Said's thought to understanding minority culture; Palestine and the betrayal of history; and the psychology of nationalism.

# Hardcover: 1656 pages
# Publisher: Sage Publications Ltd; Four-Volume Set edition (11 Dec 2000)
# Language English
# ISBN-10: 0761970541
# ISBN-13: 978-0761970545
# Product Dimensions: 25.4 x 15.8 x 11.4 cm
# Average Customer Review: No customer reviews yet. Be the first.
# Amazon.co.uk Sales Rank: 4,034,164 in Books (See Bestsellers in Books)

http://books.google.it/books?id=g3UaQgAACAAJ&dq=edward+said&lr=&cd=31

http://www.amazon.co.uk/Edward-Masters-Modern-Social-Thought/dp/0761970541/ref=sr_1_1?ie=UTF8&s=books&qid=1266743987&sr=1-1

Libri su Edward Said

Edward Said
Di Bill Ashcroft,D. Pal S. Ahluwalia
http://books.google.it/books?id=mlG1scFTxkQC&printsec=frontcover&dq=edward+said&lr=&cd=2#v=onepage&q=&f=false

Edward Said: a critical introduction
Di Valerie Kennedy
http://books.google.it/books?id=EYMQ44XjIegC&printsec=frontcover&dq=edward+said&lr=&cd=8#v=onepage&q=&f=false

Edward Said: criticism and society
Di Abdirahman A. Hussein
http://books.google.it/books?id=9hxG7UmGCJsC&printsec=frontcover&dq=edward+said&lr=&cd=13#v=onepage&q=&f=false

Edward Said and the religious effects of culture
Di William D. Hart
http://books.google.it/books?id=0cgIHyRcYCMC&printsec=frontcover&dq=edward+said&lr=&cd=36#v=onepage&q=&f=false

Edward Said and the work of the critic: speaking truth to power
Di Paul A. Bové
http://books.google.it/books?id=KnJ94LFpow0C&printsec=frontcover&dq=edward+said&lr=&cd=33#v=onepage&q=&f=false

Edward Said and critical decolonization
Di Ferial Jabouri Ghazoul
http://books.google.it/books?id=Uf9_dbmJyQkC&printsec=frontcover&dq=edward+said&lr=&cd=44#v=onepage&q=&f=false

Libri di Edward Said

Culture and resistance: conversations with Edward W. Said
Di Edward W. Said,David Barsamian
http://books.google.it/books?id=rVxWOkkkFMwC&printsec=frontcover&dq=edward+said&cd=9#v=onepage&q=&f=false

The world, the text, and the critic
Di Edward W. Said
http://books.google.it/books?id=cwF60MVVGAsC&printsec=frontcover&dq=edward+said&lr=&cd=21#v=onepage&q=&f=false

Paradoxical citizenship: Edward Said
Di Edward W. Said
http://books.google.it/books?id=az2Py9U53EIC&printsec=frontcover&dq=edward+said&lr=&cd=40#v=onepage&q=&f=false

Music at the limits
Di Edward W. Said
http://books.google.it/books?id=8VH2p1saGcAC&printsec=frontcover&dq=edward+said&lr=&cd=57#v=onepage&q=&f=false

The question of Palestine
Di Edward W. Said
http://books.google.it/books?id=Pa89AAAAIAAJ&printsec=frontcover&dq=edward+said&lr=&cd=6#v=onepage&q=&f=false

Blaming the victims: spurious scholarship and the Palestinian question
Di Edward W. Said,Christopher Hitchens
http://books.google.it/books?id=wELzivMr_-cC&printsec=frontcover&dq=edward+said&lr=&cd=35#v=onepage&q=&f=false

Nationalism, colonialism, and literature
Di Terry Eagleton,Fredric Jameson,Edward W. Said,Field Day Theatre Company
http://books.google.it/books?id=PuZ9IzXcjo8C&printsec=frontcover&dq=edward+said&lr=&cd=38#v=onepage&q=&f=false

Acts of aggression: policing "rogue states"
Di Noam Chomsky,Edward W. Said
http://books.google.it/books?id=pNVNm7NMZoMC&printsec=frontcover&dq=edward+said&lr=&cd=24#v=onepage&q=&f=false

venerdì 19 febbraio 2010

PONERE PUNCTUM CONTRA PUNCTUM

LA SFIDA DI EDWARD W. SAID AL REALE


Il pensiero che pensa della verità dell'essere è,
in quanto pensiero, storico.

(M. Heidegger)



È possibile riassumere il tentativo effettuato da Edward W. Said di ridefinizione del ruolo dell’intellettuale in una serie di principi (che vertono tutti intorno alla fondamentale area semantica dell’esilio) che tornano frequentemente, come un Leitmotiv, lungo tutta la produzione saggistica del critico palestinese e che spiegano esemplarmente la figura e i riferimenti filosofici del nuovo umanista da lui prefigurato. Esso incarna l’impossibilità di salvaguardare l’impegno (che, solo provvisoriamente, chiamerò politico) senza accordare un’importanza fondamentale all’individuo e al suo punto di vista che, però, deve proiettare il proprio sé verso l’esterno: l’altro, il lettore, l’ascoltatore. Il percorso scelto per questa breve nota considera (per quanto possibile) l’intera riflessione di Said sul rapporto tra gli intellettuali e la realtà, ma discute, in particolare, gli assunti sui quali sono state scritte opere come Joseph Conrad e la finzione autobiografica [1966] (Milano, il Saggiatore, 2008), Dire la verità. Gli intellettuali e il potere [1994] (Milano, Feltrinelli, 1995) – fondamentale per il tentativo di definire quasi sinotticamente la funzione dell’intellettuale –, Nel segno dell’esilio. Riflessioni letture e altri saggi [2000] (Milano, Feltrinelli, 2008) – che raccoglie scritti brevi pubblicati tra il 1967 e il 1998, oltre ad alcuni inediti – e Umanesimo e critica democratica. Cinque lezioni [2003] (Milano, il Saggiatore, 2007) – un vero e proprio testamento teorico che conferma e sistematizza quarant’anni di riflessioni.[1]

Non a caso, sin dalle prime opere, Said propone una forma del reale, definita contrappuntistica, che contesta apertamente la voce data, il cantus firmus, l’idea pienamente gestibile di oggettività. Nella sua riflessione sulle lettere e gli scritti brevi di Joseph Conrad ridiscute i limiti ontologici della realtà: a suo dire il realismo includerebbe anche gli scritti di chi, come l’autore di Cuore di tenebra, libera troppo di ciò che è oscuro o imponderabile. La realtà non è soltanto ciò che chiunque può abitare con facilità: non è invece, questa, − si chiede Said − la rassicurazione della realtà? La contrapposizione è, insomma, tra una forma contrappuntistica, polifonica, del reale e una sua economia, diversa dall’immagine di esso che ciascuno di noi si costruisce. Il ritorno del realismo, prospettato di recente da qualcuno (in Italia, in particolare, da Romano Luperini), sarebbe, in quest’ottica, una formula che tradisce una certa debolezza, anche perché, come sostiene più volte Said, non esiste più consenso riguardo alla realtà oggettiva: non si tratterebbe d’altro che della proiezione intellettuale di un rigido modello di frustrazione che, alla lunga e amara esperienza di realtà e illusioni, sostituisce l’impressione fissa e accettabile (fatta e finita) del reale. Tale economia della realtà non contempla le conseguenze umane dei problemi storici e neanche le pieghe più controverse di un genere letterario tutt’altro che risolto e utilizzabile una volta per tutte.

Quel reale privo delle intrusioni del passato − secondo il Said che nel 1966 pubblica Joseph Conrad e la finzione autobiografica, rielaborazione della sua tesi di laurea su Conrad soltanto adesso tradotto in italiano − non rappresenta altro che la parte afferrabile del presente: realtà oggettiva che, non stabilendo alcuna relazione causale tra il passato e il presente, somiglia a un vero e proprio incubo. E, invece, bisognerebbe cercare l’alterazione magica del reale, quella direzione potenziale (heideggerianamente fatta tanto di existentia quanto di essentia), ignota − ma, nella declinazione conradiana, familiare e irresistibile allo stesso tempo − che non può essere sbrigativamente negata da una verità acquisita: nel Compagno segreto di Conrad Said trova l’esemplificazione perfetta del duplice lavorio della mente che, tra ciò che viene effettivamente raccontato (conversazione) e la sostanza delle preoccupazioni di chi scrive (sottoconversazione), risale coscientemente a un diverso livello dell’uomo e della realtà: quello in cui l’esercizio dell’arte rende viva la verità con un po’ di finzione e dove l’incrollabile differenziazione intellettuale (fatta anche di autoriflessione) sfida costantemente le aspettative. Quando non si pensa, sostiene Conrad, sparisce tutto e rimane solo la verità, sostanza sub-razionale ben distante dalla verità dell’essere che − come un’ombra oscura, sinistra e priva d’immagine − rende l’uomo insensibile nei confronti di ciò che sta fuori dalla realtà: il genere umano non sarebbe in grado di sopportare una così grande quantità di realtà e si accontenterebbe, dunque, di uno stato parziale della verità nel quale ogni cosa scompare.

Insieme a una risoluta presa di posizione contro lo status quo, inizia così a profilarsi nell’argomentazione di Said quell’attenzione necessaria verso l’altro, intesa sia come considerazione della differenza sia come relazione vitale con la sfera pubblica, che diventerà presto argomento essenziale della sua riflessione teorica. E non bisogna omettere che aprirsi al mondo esterno per Said significa, senz’altro, trasmettere una sensibilità critica (intesa come diffidenza rispetto a quanto viene trasmesso dogmaticamente) che implichi anche la scelta di un linguaggio chiaro, trasparente, ben riferito alle cose e ironico e che, soprattutto, ponga le sue basi su una ricostruzione dettagliata e paziente delle parole, delle strutture retoriche, delle peculiarità psicologiche e di tutto ciò che inerisce alla natura storica e secolare dell’oggetto (o, se si preferisce, del testo o del personaggio) agito.

L’intellettuale profilato da Said, non assuefatto al nuovo né svincolato dal vecchio, marginale ma, allo stesso tempo, ricettivo, incline ad affermare la propria identità e, tuttavia, esposto alle tenebre del vero e utopicamente disposto a vedere nel presente tanto i rami morti del passato quanto i semi del futuro, trova nell’esilio una condizione metaforica ideale che restituisce in pieno quell’irrequietezza che gli consente di vedere le cose nella loro superficialità e di resistere, così, a esse. Quello dell’intellettuale – sentinella così come cura dell’essere – è un canto ambiguo (e, proprio per questo, sommamente riconoscibile) che fa di chi lo pratica un uomo libero, un essere umano e non − dice ancora Said − un essere sociale. Il mondo storico e le circostanze da cui nessuno può prescindere sono frutto di quella rappresentazione radicata in ciò che Said definisce mondanità: condizione (non necessariamente contrapposta alla spiritualità) all’interno della quale l’intellettuale si pone come sorvegliante, dentro e fuori rispetto alle idee e ai valori in circolazione. Egli fa del suo requisito di marginalità un fattore di imprevedibilità che lo rende sempre disponibile all’innovazione e alla sperimentazione e gli consente di superare quella linea d’ombra che da un ritmo e una dimensione personale consente di dedurre − senza esoteriche astrazioni − la struttura umana assoluta: permette di desumere l’universale concreto (la Cosa) dall’umile realtà della tenebra. Nondimeno tale passaggio deve fruire di una predisposizione all’indagine che poeticamente scardina, pezzo per pezzo, l’idea semplificata di identità e che è alla base di ciò che lo studioso palestinese chiama umanesimo: quella del nuovo umanista è una pratica in continuo movimento, forma critica (vale a dire, aperta, democratica e secolare) che spitzerianamente si fonda sul potere che la mente umana ha di indagare se stessa e che oppone una risoluta resistenza alle idées reçues, ai luoghi comuni e alle facili generalizzazioni. Si tratta di una sensibilità che, senza alcuna garanzia di riuscita, esegue il reale, trae da un particolare insignificante l’intreccio complessivo che, alla fine, restituisce il significato.

La marginalità dell’intellettuale di Said, pur opponendosi con risolutezza al consenso e all’ortodossia, non deve compiacersi della sua posizione d’autorità: deve disporre, invece, della capacità di collocarsi come memoria pubblica e, quindi, ricordare ciò che è stato rimosso e riprendere le voci isolate (quelle degli oppressi e degli svantaggiati) cercando di rapportarle a processi più ampi che prevedono l’inclusione, all’interno dell’orizzonte conoscitivo che si sta sondando, di ambiti da esso ben distanti. Deve rinunciare, quindi, a quell’atteggiamento professionale (ma più precisamente professionalistico) che, secondo Said, costituisce la vera minaccia che incombe sugli intellettuali di tutto il mondo: si tratta di una disposizione legata all’eccesso di specializzazione, nonché al ricorso sistematico e spesso inutile a linguaggi tecnici, lo si è detto, poco comprensibili, che inibisce l’entusiasmo e il gusto della scoperta. L’incarnazione di tali peculiarità è rintracciabile nella figura del dilettante: esso agisce non sulla spinta del guadagno o del riconoscimento, ma per perseguire (con amore e semplicità, dice Said) un disegno di più vasto respiro che trascende i limiti insiti nel mero esercizio di una professione. I riferimenti morali del dilettante sono costituiti, nella sintesi proposta in Dire la verità, dalla responsabilità e dalla passione e in nessun caso dal profitto e dall’angusta specializzazione. Il funzionario o il dipendente mirano all’oggettività e sono asserviti al potere politico e non possono disporre di una propensione intellettuale che implichi l’adesione concreta e individuale a un codice etico al quale l’outsider non può non far riferimento: proprio perché egli non si appella a una professione ed esercita la sua critica – tecnica di disturbo che è propriamente la forma di resistenza cui Said fa più volte riferimento – da questo spazio personale, precario e, nondimeno, al cospetto costante di quella dimensione mondana cui necessariamente appartiene, ma dalla quale costantemente si discosta mediante l’individuazione della sua particolare prospettiva che lo avvicina, finalmente alla casa dell’essere. Il vero intellettuale sa che la mansione più difficile consiste nel rifiutare ogni esercizio acritico di adesione a quelli che Said definisce i nuovi dèi della tarda modernità: potere e autorità intesi come istituzioni rigide e minacciose alle quali si può far fronte soltanto adottando una prospettiva laica, vale a dire etica, coerente e universalista.

La pratica oppositiva attuata dall’intellettuale, allo stesso modo dell’identità di ciascuno di noi, è stile di vita più che mezzo per vivere ed è costituita da un insieme di correnti che ne fa attività in movimento, compito da eseguire più che luogo stabile: energia che, attraverso la pratica della lettura e della rilettura, della vita e della ri-vita, lega le esigenze del passato alla rilevanza del presente (existentia, diceva Heidegger, come actualitas). È, dunque, un’energia (pratica umanistica che attiene tanto all’interpretazione di un testo o di un brano musicale quanto alla vita di tutti i giorni) che nasce dall’esame attento delle istanze della storia e che fa dell’intellettuale un individuo coraggioso, che rifiuta ogni compromesso e che, in tal senso, si pone sul versante opposto rispetto al politico. Questa attività di ricostruzione e interpretazione (e Said, pur facendo spesso riferimento al ruolo intellettuale di letterati e musicisti, adotta criteri di inclusione che implicano per qualsiasi umanista preparazione, impegno e pazienza) comporta un’affinata sensibilità per il particolare, per il dettaglio nel quale è compreso il significato dell’insieme e consente di riportare l’esistenza dell’uomo alla sua sostanza (non oggettiva ma storica). È soltanto così che si può risalire all’orchestrazione di un testo: nel modo in cui è possibile stabilirne le relazioni organiche con altri testi che ne decretano la complessità o, se si preferisce, il rapporto con la società o, detto in un altro modo ancora, la quota mondana.

Il nuovo umanesimo di Said, scienza nuova con un forte senso della storia, o vichiana sapienza poetica che desume la filosofia del reale partendo dalla fine ricognizione filologica, che sa tessere i saperi insieme, che afferma l’identità tutelando – punctum contra punctum – le differenze, all’interno di ciò che anche Calvino chiamava l’enchâssement del reale, agisce – si direbbe – su un piano linguistico che si pone come dimora recuperata dell’essere esiliato. Ritrovandosi nella parola (e, perciò, nella vicinanza all’essere) e nell’atto di dire la verità al potere, l’umanista formula un vero e proprio atto d’accusa nei confronti del politico, della disumanità, della deformazione che nasce dal professionismo, della soggettività esagerata e si pone quale visione plurima e polifonica (anche perché aperta, potenziale, utopica) di un mondo sempre alle prese con le tante chiacchiere sulla verità e sulla storia.

(Alessandro Gaudio)

http://www.lunarionuovo.it/?q=node/73

venerdì 5 febbraio 2010

La letteratura europea vista dagli altri

http://books.google.it/books?id=Oc28jBxmS7IC&pg=PT91&lpg=PT91&dq=%22inventario+delle+tracce%22&source=bl&ots=ceyoBDeWrZ&sig=WLW-ZhY1FAPJBO0sEp3SsRuXaXU&hl=it&ei=D_9qS5u0G43__Ab7yM27Bg&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=4&ved=0CA4Q6AEwAw#v=onepage&q=%22inventario%20delle%20tracce%22&f=false

giovedì 4 febbraio 2010

Gramsci ed Edward Said

Scritto da Redazione

tratto dal numero 9 di Diogene

Conosciamo davvero l’Oriente, oppure l’immagine che ne abbiamo è distorta dalle lenti dell’imperialismo culturale? È ciò che si chiede, partendo dalle riflessioni di Gramsci sull’egemonia, il critico letterario Edward Said (1935-2003) nel celebre saggio che ha rivoluzionato gli studi storici e politici sull’Oriente: Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente.
Said è diventato un intellettuale famoso e conosciuto a livello internazionale, uno dei pochi esempi della nuova figura dell’intellettuale globale, e questo grazie alla lucidità con cui ha svelato i meccanismi retorici attraverso i quali l’Occidente si rappresenta un Oriente barbaro e schiavo dell’arretratezza al fine di meglio giustificare la sua supposta superiorità e la legittimità delle politiche neocoloniali. Temi a cui ha dedicato, oltre ad Orientalismo, anche Cultura e Imperialismo e che affronta anche in chiave autobiografica in Sempre nel posto sbagliato, raccontando la sua vita di palestinese nato in un Protettorato britannico, educato alla cultura occidentale ed infine emigrato negli Stati Uniti. La critica di Said non si è fermata al livello del discorso storico-letterario, ma si è riversata in un appassionato impegno politico a sostegno dei palestinesi e a favore della pace fra Israele e Palestina grazie alla costituzione di due Stati indipendenti, di cui parla in Tra guerra e pace: ritorno in Palestina-Israele.
Quale deve essere allora il ruolo dell’intellettuale nel mondo globale? Said ha chiaramente una visione impegnata dell’intellettuale secondo cui, gramscianamente, la critica culturale diviene anche critica politica, come spiega in Dire la verità: gli intellettuali e il potere. E, da grande critico letterario, rivendica nelle ultime conferenze da lui tenute, raccolte postume in Umanesimo e critica democratica, la centralità dell’educazione umanistica nella formazione della coscienza critica e della sensibilità politica. Non però l’umanesimo dell’ingessato ed elitario canone, ma un umanesimo aperto sia alle storie di ibridazioni e scambi culturali che stanno all’origine di ogni tradizione “nazionale”, sia all’immaginazione di un futuro multiculturale al di là delle costrizioni dell’egemonia.

Due brani da Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, di E. W. Said (Feltrinelli, 2002).

La dimensione personale
Nei Quaderni del carcere Gramsci afferma: “L’inizio dell’elaborazione critica è la coscienza di quello che è realmente, cioè un conosci te stesso come prodotto del processo storico finora svoltosi che ha lasciato in te stesso un’infinità di tracce accolte senza beneficio d’inventario”.
Inspiegabilmente, l’unica traduzione in inglese dell’opera si ferma qui, laddove il testo italiano di Gramsci conclude aggiungendo: “Occorre fare inizialmente un tale inventario”. Gran parte del mio coinvolgimento personale nello scrivere Orientalismo deriva dalla consapevolezza di essere un “orientale”, in quanto nato e cresciuto in due colonie britanniche del Vicino Oriente. I miei studi, dapprima in queste colonie (Palestina ed Egitto), poi negli Stati Uniti, sono stati occidentali in tutto e per tutto, eppure tale precoce e radicata consapevolezza è persistita. Da molti punti di vista, questa ricerca sull’orientalismo rappresenta uno sforzo per redigere l’inventario delle tracce depositate in me, orientale, dalla cultura il cui predominio è stato un elemento così importante nella vita di tanti orientali. Per questo l’Oriente islamico non poteva non essere al centro della mia attenzione.
Se ciò che ho realizzato sia un buon esempio dell’inventario che Gramsci ci suggerisce di compilare, non sta a me dirlo, benché consideri importante aver avuto la consapevolezza di essermi proposto tale obiettivo. Lungo il cammino, con la severità e la lucidità di cui sono stato capace, ho tentato di serbare una coscienza critica, e di impiegare nel modo migliore quegli strumenti di indagine storica, umanistica e culturale di cui l’educazione mi ha reso un privilegiato possessore. Mai tuttavia ho perso il contatto con la realtà culturale e il coinvolgimento personale derivanti dal mio essere un “orientale”, nel senso che si è detto.


L’idea di egemonia
Gramsci ha proposto una preziosa distinzione teorica tra società civile e politica, la prima essendo costituita da associazioni spontanee, razionali e non coercitive come la famiglia, il sistema scolastico e i sindacati, la seconda da istituzioni i cui membri sono legati in modo non spontaneo e la cui funzione è connessa conforme di dominio entro la società (esercito, polizia, magistratura, ecc.).
La cultura opererebbe nell’ambito della società civile, e l’influenza di idee, istituzioni e singole persone dipenderebbe non dal dominio, ma da ciò che Gramsci chiama “consenso”. Allora, in ogni società non totalitaria, alcune forme culturali saranno preponderanti rispetto ad altre, alcune concezioni saranno più seguite, si realizzerà cioè lo spontaneo prevalere di determinati sistemi di idee che Gramsci chiama “egemonia”, concetto di fondamentale importanza per comprendere la vita culturale dell’Occidente industriale.
È proprio l’egemonia, o più precisamente il risultato dell’egemonia culturale, a dare all’orientalismo la durata e la forza su cui abbiamo or ora richiamato l’attenzione.
L’orientalismo non è lontano da ciò che Denys Hay ha chiamato “idea dell’Europa”, cioè la nozione collettiva tramite cui si identifica un “noi” europei in contrapposizione agli “altri” non europei; e in fondo si può dire che la principale componente della cultura europea è proprio ciò che ha reso egemone tale cultura sia nel proprio continente sia negli altri: l’idea dell’identità europea radicata in una superiorità rispetto agli altri popoli e alle altre culture.
A ciò si aggiunge l’egemonia delle idee europee sull’Oriente, ove è ribadita la superiorità europea sull’immobile tradizionalismo orientale, egemonia che ha per lo più impedito l’elaborazione e la diffusione di altre opinioni in proposito.

http://www.diogenemagazine.eu/home/index.php?option=com_content&view=article&id=121:gramsci-ed-edward-said&catid=10:cittadinanza&Itemid=105

mercoledì 3 febbraio 2010

Gramsci e Said dialogo sull' umanesimo

Repubblica — 23 febbraio 2005 pagina 1 sezione: NAPOLI
Nel suo saggio più celebre, "Orientalismo" (Feltrinelli), Edward Said ha riconosciuto che la categoria gramsciana di egemonia era stata indispensabile per demistificare un radicato concetto di Oriente, elaborato a uso e consumo dell' Occidente imperialista. In questi giorni, a Napoli si sta ragionando sui rapporti tra il grande critico letterario americano di origine palestinese e il nostro pensatore nato in Sardegna, maturato a Torino, imprigionato in giro per la penisola e morto nel 1937, appena quarantaseienne: per il suo doppio ruolo di dirigente comunista e di decifratore dei plurisecolari, irrisolti problemi italiani. Ieri ha preso il via "Umanesimo della convivenza. Said in dialogo con Gramsci": una serie di incontri e spettacoli promossi da Tropico Mediterraneo e coordinati dall' Università L' Orientale, con l' ausilio dell' Istituto italiano per gli studi filosofici e della Fondazione Morra. Fittissimo il calendario degli appuntamenti, che si protrarranno fino a venerdì. Oggi, alle 16, nella sede dell' Istituto in palazzo Serra di Cassano, si tiene una tavola rotonda su "Said, il Sud, il subalterno: Gramsci ora", alla quale prendono parte Marta Cariello, Silvana Carotenuto, Iain Chambers, Lidia Curti, Marina De Chiara, Lea Durante, Serena Guarracino, Mimmo Jervolino, Marie Hélène Laforest e Sara Marinelli. Spostandosi a palazzo dello Spagnolo, che ospita la Fondazione Morra, alle 21 è prevista la proiezione di "New York e il mistero di Napoli", opera di Giorgio Baratta: viaggio nel mondo di Gramsci raccontato da Dario Fo, presenti Stefano Chiarini, Gabriele Frasca e Guido Liguori. Domani l' appuntamento è per le 21, ancora alla Fondazione Morra: "Italia anno zero" di Roberto Paci Dalò mette insieme testi di Leopardi, Gramsci e Pasolini, sui quali successivamente s' intratterrà Maurizio Zanardi, con un intervento musicale del gruppo 'E Zezi di Pomigliano. Si chiude venerdì, alle 16,30, nella Cappella Pappacoda dell' Orientale, in largo Giusso: il rettore Pasquale Ciriello, Mario Agrimi, Aldo Masullo, Alberto Postigliola, Pasquale Voza, Clelia Tolentino e Giovanni Semeraro affronteranno l' impegnativo dibattito su "Gramsci e l' umanesimo della convivenza". Una raffica di occasioni che confermano quanto il magistero gramsciano sia oramai esercitato all' estero più che in patria. Da più di sessant' anni, gli spunti dei "Quaderni dal carcere" arricchiscono la riflessione della sinistra europea e d' oltreoceano più avvertita e hanno profondamente contribuito alla consapevolezza dei paesi del terzo mondo, usciti dal colonialismo. Osservazioni fulminanti e seminali, che hanno del miracoloso: innanzitutto per le condizioni in cui furono stese. In cella, con gli sparuti libri che i direttori dei penitenziari consentivano a Gramsci di ricevere dall' esterno. Nel secolo scorso, accadde solo a Henri Pirenne, che compose la sua "Storia d' Europa" in un campo di concentramento tedesco, durante la prima guerra mondiale; e a Erich Auerbach, il cui monumentale scorcio di trenta secoli di letteratura europea, "Mimesis", fu immaginato e realizzato in Turchia, dove si era rifugiato, per sfuggire ai nazisti. Con Machiavelli, Gramsci rimane l' autore italiano dovunque più letto e studiato, un analista che ha preconizzato il mondo globale nel quale viviamo: ritornare, per credere, a "Americanismo e fordismo". Un marxista convinto dell' imprescindibile connubio di teoria e prassi. Da sempre, la sinistra italiana - in testa Palmiro Togliatti, segretario del Pci fino al 1964 - tenta di storicizzarlo, provando a distinguere ciò che è vivo da ciò che è morto nella sua opera. Ma quanto Gramsci sostiene su intellettuali, letteratura, Mezzogiorno sta sul sentiero impervio che sbocca nel cambiamento radicale: non certo nel liberalismo, tantomeno nella socialdemocrazia. Non c' è da meravigliarsi che Gramsci abbia infiammato chi sulle strade dello sviluppo si sarebbe incamminato, cogliendovi i limiti di quel capitalismo con il quale si pretendeva che lo sviluppo stesso coincidesse. Marco Lombardi

- MARCO LOMBARDI

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2005/02/23/gramsci-said-dialogo-sull-umanesimo.html

giovedì 10 dicembre 2009

I Quaderni non sono un bricolage, c'è la trama della rivoluzione

In libreria una raffinata interpretazione filologica di Raul Mordenti sul pensiero gramsciano. Gli scritti del carcere rompono con la tradizione enciclopedica. Sono un'opera-mondo, come i testi di Benjamin e Canetti. Ma non sono uno zibaldone caotico

Giorgio Baratta

Immaginiamo di trovarci, nella nostra automobilina filologica, sulla superficie di un territorio molto noto ma poco conosciuto. Possiamo viaggiare in lungo e in largo, in qualsiasi direzione. Attenzione. Stiamo toccando la Terra, con tante città e paesi - lettere, note e appunti - dell'Opera del carcere di Antonio Gramsci. Le strade sono impervie e assai tortuose; a volte si tratta di sentieri o sentierini; sono rari percorsi rettilinei o con curve agili e larghe. Scarsa e confusa la segnaletica. Ma il viaggio è affascinante,ricco di sorprese.

Abbiamo ricevuto un incarico: disegnare la mappa dell'intero territorio, suddividendolo in aree regioni province località, fissando i confini, determinando sovrapposizioni. Obiettivo è verificare se in Terra Gramsci regni un ordine segreto e sotterraneo (totalità) che si accompagni all'evidente anarchia nella quale vivono, tutto sommato serenamente, i cittadini (i frammenti).Chi è disposto ad aiutarci?

Ecco qua, Raul Mordenti, con il suo bel nuovo libro Gramsci e la rivoluzione necessaria (Editori Riuniti, pp. 206, euro 14). Ci spiega che siamo in presenza di un'Opera Mondo, anzi di un'Opera Vita, che pertanto va percorsa con lo spirito della "filologia vivente", come quella che anima o deve animare la visione di questa Terra con rispetto e fedeltà verso i singoli frammenti, intesi sempre come parti, grandi o piccole, a volte piccolissime di un vasto organismo; ci spiega inoltre, Raul, che la filologia vivente già pulsa nella circolarità o traducibilità reciproca tra dirigenti, quadri e base del partito politico cos? come lo ha rifondato idealmente Terra Gramsci. Il punto, continua Raul, è che organismo-parole e partito-democrazia sono totalità per natura aperte, illimitate, interminate e interminabili (strutture dialogiche, costantemente in cerca di nuovi interlocutori). Ma se è cos?, se questa terra è cos? frastagliata e complicata, non sarebbe allora meglio o più facile tagliare il nodo, buttare a mare la totalità e il partito, e immergersi in essa come in un postmoderno zibaldone fatto di sano caotico bricolage? No! dice Raul: se rinunciamo alla totalità, rinunciamo alla dialettica, se rinunciamo alla dialettica, rinunciamo alla rivoluzione e insomma… a Gramsci.
Sembrano due le anime - ma è una sola - dell'autore di questo libro: quella ancora hegeliana, che attribuisce la "paradossale attualità" di Gramsci, teorico della sconfitta (come già sottoline?, ai tempi della Thatcher, Stuart Hall) all'inattuale percorso di un pensatore comunista sino alle midolla, tutto intento a scavare dentro «la trama fondamentale del concetto di rivoluzione», appassionato del presente-futuro dell'umanità, ancor più che implacabile impietoso analizzatore del passato; e quella sottile e sofisticata del critico letterario comparato che sa leggere Gramsci in contrappunto con Valéry, Benjamin, Canetti, e ragiona sottilmente sulla distruzione-creazione che Gramsci-Mondo opera nei confronti della circolarità chiusa della vecchia en-ciclo-pedia, aprendo un terreno che, come il Gadda letto da Calvino, si presenta «come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo».
La lettura del libro è scorrevole, in realtà ardua perché, anche in un capitolo puramente storiografico, come quello dedicato al Gramsci di Togliatti, l'unità delle due anime non appare cos? immediatamente. Qualcuno dirà: vedi che avevo ragione io a ritrovare in Raul un nostalgico del determinismo, se egli attribuisce alla dea-pubblicità la capacità di «rinviare il giorno della fine» di questo «ossessivo sovra-consumo improduttivo di massa» che è diventato il capitalismo. In realtà, nel gioco delle due anime c'è una base fertile per un'esegesi paziente del lavoro di Mordenti. Qui si voleva soprattutto ringraziarlo per il pregevole prezioso servizio arrecato agli inizi di quella che forse si presenta come la terza fase della fortuna di Gramsci: dopo la fortuna nazionale innescata dall'edizione togliattiana e quella internazionale in seguito all'edizione critica gerrataniana, la fortuna che oggi si presenta come regionale-nazionale-internazionale, avviata dalla pubblicazione del primo volume, non a caso di "traduzioni", dell'edizione nazionale degli Scritti di Gramsci.
Rivoluzione ed egemonia sono due fermenti organicamente combinati. «L'egemonia va costruita fin d'ora; essa non è affatto il "contrario" della rivoluzione ma è invece la condizione e la forma della rivoluzione in Occidente». Per illustrare e dimostrare questa tesi, Raul percorre un itinerario ampissimo, dal giovane Gramsci ordinovista fino alle interpretazioni recenti, in particolare quelle di Hall, Said e dei Cultural Studies. Che dire di questa tesi? La filologia, cos? giustamente cara a Mordenti, informa che - certo anche in conseguenza della censura carceraria - Gramsci non parla di rivoluzione in assoluto, senza aggiunte; parla piuttosto di «rivoluzione in permanenza», come espressione della vittoriosa guerra di movimento della borghesia, a partire dalla presa della Bastiglia, espressione da lui usata anche a proposito della conquista del potere da parte del proletariato in Russia, assimilabile alla guerra di movimento. Per intendere invece la nuova epoca "complessa" della guerra di posizione in Occidente, Gramsci conia la fondamentale categoria di "rivoluzione passiva", che vede nuovamente la borghesia al posto di comando. E il proletariato? Per esso la strategia è fondata sulla lotta egemonica.
Una teoria elaborata in primo luogo da Lenin che considera l'egemonia come una «forma attuale della dottrina […] della "rivoluzione permanente"». Il problema, centrale e delicatissimo, sta nel fatto che Lenin ha elaborato la teoria dell'egemonia in una situazione di guerra di movimento, mentre Gramsci la rivisita e la ripropone nella mutata temperie della guerra di posizione. Lenin stesso, ricorda Gramsci, aveva sottolineato come il movimento operaio internazionale non sia riuscito a "tradurre" nelle lingue europee la lingua della rivoluzione d'ottobre. Ci si chiede pertanto: l'"attualità" che Gramsci riconosce alla "rivoluzione permanente" vale, oltre che per l'ottobre sovietico, anche per la lotta egemonica in Occidente? Su questo punto è in atto una controversia tra alcuni studiosi, tutt'altro che secondaria o puramente nominalistica.
In carcere Gramsci attenua consapevolmente la fraseologia rivoluzionaria. Nel trascrivere un passo dal Quaderno 8 al Quaderno 10 passa dal concetto di "rivoluzione culturale" a quello di "riforma morale e intellettuale".
E allora? Un'ipotesi, recentemente avanzata da Giuseppe Prestipino, è che la mordentiana "necessità della rivoluzione" sia adeguatamente traducibile, in linguaggio gramsciano, con necessità della "riforma morale e intellettuale". Ci? significherebbe che dobbiamo rivedere per intero i concetti tradizionali di riforma e rivoluzione. Ma è proprio a questo tipo di coraggio e di ardimento che ci invita, con tutta la sua passione comunista, l'abilissimo pilota della preziosa automobilina filologica.

.[da «Liberazione», 19/07/2007]

http://www.gramscitalia.it/mordenti.htm

martedì 8 dicembre 2009

Said: qualche nota bibliografica

11568. Said, Edward W. Orientalism. New York: Pantheon Books, 1978 [Reprinted paperback New York: Vintage Books, 1979]. Pp. xiii, 369, ad nomen. [Eng.]

11569. Said, Edward W. «Reflections on Recent American "Left" Literary Criticism,» Boundary 2: A Journal of Postmodern Literature and Culture. [Binghamton, NY], 1 (Fall, 1979). VIII., 11-30. [Eng.]

[Reprinted in The Question of Textuality. Edited by William V. Spanos, Palu A. Bove and Daniel O'Hara. Bloomington: Indiana University Press, 1982, pp. 11-30.]

11571. Said, Edward W. «Opponents, Audiences, Constituencies, and Community,» Critical Inquiry, 1 (1982), 1-26. [Eng.]

11572. Said, Edward W. «American Intellectuals and Middle East Politicals: An Interview by Bruce Robbins,» Social Text, 19-20 (1988), 37-53. [Eng.]

11573. Said, Edward W. «Preface,» in Selected Subaltern Studies. Edited by R. Guha and Gayatri C. Spivak. Oxford: Oxford U.P., 1988, pp. v-x. [Eng.]

11574. Said, Edward W. «Gramsci e l'unità di filosofia, politica, economia [Interview],» in Modern Times: Gramsci e la critica dell'americanismo. A cura di Giorgio Baratta e Andrea Catone. Milan: Cooperativa Diffusioni '84, 1989, pp. 353-55. [Ital.]

[Taken from the interview done in connection with the movie «Gramsci l'ho visto così», by Giorgio Baratta and Gianni Amico, shown on Italian TV, on November 12, 1988.]

11575. Said, Edward W. Culture and Imperialism. New York: Knopf, 1993 [Reprinted in paperback New York: Vintage Books, 1994]. Pp. xxviii, 380, passim, cf. ad nomen. [Eng.]

11576. Said, Edward W. «Un'opera mondana,» L'Indice dei libri del mese, 2 (February, 1993), 43. [Ital.]

[Extract from an interview of Said by Buttigieg.]

11577. Said, Edward W. «Perché ho amato il "Gattopardo",» La Repubblica (January 26, 1996). [Ital.]

11578. Said, Edward W. Cultura e imperialismo: Letteratura e consenso nel progetto coloniale dell'Occidente. «Prefazione» by Joseph A. Buttigieg, «Postfazione» by Giorgio Baratta. Rome: Gamberetti, 1998. Pp. xx, 421 (passim). [Ital.]

http://www.fondazionegramsci.org/A6Web/32S1.htm

Perché ho amato il "Gattopardo"

Repubblica — 26 gennaio 1996 pagina 35 sezione: CULTURA

Ho letto Giambattista Vico per la prima volta quando ero studente nel 1958 o 1959. Prima di tutto dovrei dire che quello che mi rese Vico tanto interessante fu che lo scoprii più o meno per caso e da solo. Era appena stata pubblicata una traduzione inglese della Nuova Scienza, ma a molti altri lettori di James Joyce, Jules Michelet, Samuel Beckett e Karl Marx il suo nome e alcune delle sue idee erano già noti. Fui sopraffatto dalla mia lettura di Vico... dall' audacia del suo pensiero, dall' eccentricità quasi medievale della sua espressione, dalla sorprendente capacità di discernere sia i particolari che i contorni della lingua, della storia umana e della società. Per me Vico rappresentò tutto quello che c' era di coraggioso nella vita intellettuale, e nonostante le sue idee apparentemente conformiste sulla provvidenza divina, venne anche a rappresentare nella mia mente e nel mio lavoro una vera fonte di speranza... speranza nel lavoro e nelle possibilità dell' uomo, speranza nel senso collettivo della storia umana che, disse, era fatta da uomini e donne, speranza infine nella capacità di cambiamento nella storia umana. La cosa principale che imparai da Vico fu che la mente (o "ingenium" come la chiamava nel suo italiano neo-latino) è allo stesso tempo una protagonista nella storia, e uno strumento essenzialmente immaginativo. Per cui lo studioso o l' intellettuale usano la mente per proiettare, ri-afferrare, ri-immaginare nel presente elementi delle loro origini (ciò che chiama "nascimento"). Inoltre è la mente che rende possibile "il mondo delle nazioni": Vico ammirava Lord Bacon ma anche venerava Omero, il razionale e il poetico, i due aspetti fondamentali della mente. Il secondo pensatore italiano a cui devo molto è Antonio Gramsci. Credo di essere stato uno dei primi in America a tenere conferenze su Gramsci, e, per almeno un decennio, fra gli anni Settanta e Ottanta, fu di frequente l' argomento dei miei seminari. Il mio libro Orientalism (Orientalismo) pubblicato nel 1978 fu un tentativo di applicare le idee di Gramsci sulla società e sulla storia alla visione occidentale dell' Oriente. C' erano due o tre cose straordinarie su Gramsci, e nonostante la natura frammentaria dei suoi scritti nei Quaderni rendesse difficile desumere da essi un qualsiasi sistema, la sua intelligenza intuitiva e pronta viaggiava attraverso la società e la cultura in modo notevomente istruttivo. Vidi Gramsci come critico di Hegel e delle teorie della trascendenza storica; Gramsci non vedeva il mondo solo in termini temporali, ma geografici e territoriali. La società per lui era il risultato di varie contese sovra-terrene, in cui l' egemonia e il potere avevano bisogno di essere compresi come aspetti di una vasta interazione civile fra partiti, masse sociali, storia e intelletto. In secondo luogo, Gramsci è naturalmente il primo analista del ventesimo secolo della società che ponga gli intellettuali al centro delle sue analisi. Gramsci riteneva che la categoria includesse quasi tutti in una società moderna, ma egli la rese anche più acuta per distinguere fra diversi tipi di intellettuali, il che comprendeva non solo la sua celebrata differenziazione fra intellettuali organici e tradizionali, ma anche la sua ugualmente formidabile analisi di Benedetto Croce. L' utile distinzione fatta fra idee "dirigenti" e "subalterne" e le formazioni sociali introdusse nell' analisi della cultura una comprensione molto sottile di come opera il potere, e, ancor più importante, di come gli si possa resistere e cambiarlo. Racchiuso in questa comprensione c' è un notevole senso etico che dà scopo morale alle lotte dei combattenti sociali e degli oppositori intellettuali. In terzo luogo ho trovato in Gramsci il modo di articolare l' influenza di una storia e di una geografia su un' altra. Nato a Gerusalemme da una famiglia araba, appartenevo a quel mondo, ma anche al mondo occidentale, e più precisamente al mondo americano dove ero emigrato da studente. Mi piacesse o no, mi trovai ad essere cittadino di più di una storia, cultura, tradizione e stato. L' ultimo esempio di influsso italiano è quello di Lampedusa, di cui lessi il grande romanzo, pubblicato postumo, come l' opera culminante di una tradizione italiana di pessimismo materialistico che ha origine con Lucrezio, passa attraverso Leopardi, ed emerge ne Il Gattopardo. Lampedusa rappresenta per me un esempio importante di qualcuno fuori del tempo, quello che chiamo vecchio stile, uno che arricchisce il proprio tempo senza essere parte di esso e di conseguenza è anomalo, anacronistico, difficile. Il Principe affronta la fine della sua vita e della sua classe con un rigido atteggiamento inesorabile, che non indulge né a se stesso né agli altri. Il suo razionalismo scientifico coesiste con un senso dell' ordine patriarcale, feudale: l' ambientazione siciliana del romanzo, che è quel vero Sud di cui Gramsci aveva parlato, viene visto sia invaso dal nuovo Nord, sia dall' interno, da una nuova classe di mercanti emergenti, i quali, entrambi, rappresentano un cambiamento che ironicamente mantiene le cose come sono. La severità della visione di Lampedusa è, secondo me, il risultato di chi si sente rassegnato ad essere all' incrocio di diverse correnti e culture. E' simultaneamente mediterraneo ed europeo, vecchio e scientificamente curioso, italiano e siciliano, aristocratico e fuori dalla sua classe. Rimane tuttavia intoccato da considerazioni di avanzamento o di potere: offertogli un posto nel nuovo Senato d' Italia, cortesemente rifiuta. Quello che non si trova in Lampedusa (o nel suo Principe) è la nostalgia per il passato, o una falsa speranza per il futuro. Quando il Principe muore, Lampedusa tratta la morte proprio come un fenomeno naturale, non si deve resistere né fuggire. - di EDWARD W. SAID


11577. Said, Edward W. «Perché ho amato il "Gattopardo",» La Repubblica (January 26, 1996). [Ital.]

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/01/26/perche-ho-amato-il-gattopardo.html

Il nostro Said

di Giorgio Baratta

Quando è giunta la notizia della scomparsa di Edward Said, ho pensato: è mancato un compagno, e poi ho pensato: il compagno di Gramsci.

Quindici anni fa ci sentivamo tutti compagni. Oggi questa espressione sembra diventata una pura etichetta di partito. Abbiamo rimosso quello slancio, certo eccessivo, ma siamo diventati più poveri.

Ritorno su quella associazione di pensiero. Credo contenga una verità forte.

Said non era marxista, né comunista. Ma la sua impresa intellettuale e politica è una lezione di comportamento comunista, e una metafora del comunismo nel passaggio da un secolo all’altro. Sotto questo riguardo la sua “fonte” è decisamente, se non unicamente Gramsci.

L’egemonia – ha detto di sé Said – è stata come una bussola per addentrarsi nel labirinto dell’orientalismo, più tardi per stabilire connessioni e intrecci tra cultura e imperialismo. Egli ha raccolto l’eredità di Gramsci, che aveva raccolto l’eredità di Marx nel passaggio da (quel) secolo all’altro.

C’è un eccesso nella sottolineatura di questi passaggi e in queste analogie? Può darsi. Oggi, in questa epoca ipermoderna ansiosa solo di “novità”, corriamo sempre il rischio di cadere in ingenuità e corti circuiti quando, come credo si debba fare, tentiamo di appropriarsi del “presente come storia”. Ma è proprio nella necessità di questo tentativo la forza del contrappunto tra Gramsci e Said.



Gramsci guardava al mondo grande e terribile dall’isolamento del carcere fascista. Said guardava al carcere sionista in cui è confinato il suo popolo dal libero cielo del vasto mondo. Credo che la coscienza del carcere fosse profondamente radicata nel pensiero di entrambi.

Entrambi erano e si sentivano profondamente isolati, in rotta con la dirigenza dei rispettivi movimenti. Il “pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà”, a entrambi così congeniale, era una modalità di azione e reazione rispetto alla sconfitta storicamente determinata della “causa” per la quale ognuno di loro viveva. Negli ultimissimi tempi di vita si è profilata per entrambi, sulla base delle circostanze oggettive, una sensazione terribile di impotenza, forse un lampo di disperazione.

Gramsci e Said credevano nella storia, senza teologismi o teleologismi, ma come terreno fondamentale di esercizio dello spirito critico. In questo Said andava contro corrente e per questo verso era decisamente antipostmoderno.

C’è una fiducia di fondo, al fondo del pensiero di entrambi, che si riflette nel modo in cui hanno guardato all’orizzonte della storia. Gramsci pensava che la crisi organica del capitalismo – il quale accanto a tanti disastri aveva tuttavia determinato un processo di unificazione del genere umano – non potesse avere altra soluzione, se una ne aveva, che il comunismo. Said sosteneva la necessità/possibilità di una “riconciliazione” tra i popoli di Palestina e di Israele, quale sostanza profonda e duratura di un reale processo di pace.

E’ ineludibile, riflettendo su entrambi, una sensazione di discrepanza tra sofferenza presente e aspettative storiche, forse anche tra pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà. Tanto più ammirevole, perciò, nella loro opera, la puntualità razionale e precisa delle considerazioni particolari, il carattere esplorativo e sperimentale delle analisi, sondaggi, proposte, la “filologia vivente” dell’approccio alla realtà dei fatti come dei testi.

Gramsci avvertiva in sé la presenza di uno “spiritello ironico” che gli consentiva una straordinaria capacità di vincere l’angoscia e la rassegnazione. “Una certa dose di scepsi e di ironia nei confronti di sé” è stato un elemento essenziale della personalità di Said, come egli ha detto in una intervista con Joseph Buttigieg.

Entrambi erano profondamente… brechtiani. Brecht, nel Piccolo organo per il teatro, ha scritto che “la modalità più leggera di esistenza è nell’arte” e che anche il suo fruitore è “produttivo” quando riesce a tradurre nella sua “leggerezza”, e attraverso di essa rivivere criticamente , “il terrore dell’incessante trasformazione” della realtà. Vien da pensare a Gramsci che legge Dante e a Said che legge Conrad o suona Beethoven.

Said ha scritto che Gramsci gli ha additato un modo di ragionare “mondano”, che forse si potrebbe tradurre liberamente con “laico”. C’è un altro elemento però in questa espressione, che accomuna i due pensatori: uno straordinario senso dello spazio, un sentirsi intellettualmente o emotivamente sempre in viaggio lungo i territori del pianeta, e tuttavia mantenere e coltivare una grande capacità di sostare, di stare, di dimorare, cioè di amare gli altri, siano individui, popoli o culture.

Ha scritto Gramsci che “il progresso reale della civiltà avviene per la collaborazione di tutti i popoli” (quaderno 11, 48).

Questa “collaborazione di tutti i popoli” – di pari dignità e autonomia ma oggettivamente associati in una identità planetaria - è l’idea-guida della storia mondiale nella prospettiva del comunismo.

Gramsci ha una certezza: che il mondo è diventato una grande, articolata e composita ma anche oggettivamente unificata “società di massa”. Non è certo stato né il primo né il solo a pensarlo o a saperlo. Egli ne ha dato una interpretazione rivoluzionaria. Il mondo è in bilico tra rivoluzione “attiva” e “passiva”. Il comunismo, privo di garanzie vuoi teleologiche, vuoi scientifiche, è però iscritto ben saldamente nella materialità del processo storico, di cui Gramsci persegue una concezione concreta, “filologica”, cioè ricca di elementi particolari ed empirici. Egli tiene ben ferma la centralità del conflitto di classe, e quindi dell’economia, ma ha coscienza della pluralità dei livelli sia economico-sociali che geopolitici e geoculturali dell’analisi.

Il comunismo di Gramsci può essere assimilato a una concezione radicale o rivoluzionaria di democrazia. Egli ha grande considerazione delle forme, ma aborre da ogni formalismo. La democrazia, come egli la pensa, deve essere una combinazione ben riuscita di elementi formali e sostanziali, di diritti e di dati di fatto. In entrambi i casi il difficile è la giusta considerazione della identità e insieme della diversità degli esseri umani, sia come individui che come gruppi sociali. Gramsci sostiene e adopera quella che si potrebbe definire una dialettica flessibile e assolutamente aperta. “Lo stesso raggio luminoso passando per prismi diversi dà rifrazione di luce diversa”… Occorre “trovare la reale identità sotto l’apparente differenziazione e contraddizione, e trovare la sostanziale diversità sotto l’apparente identità” (Quaderno 24, 3).

Non c’è identità nella diversità. C’è un rinviarsi reciproco – una traducibilità – dall’una all’altra, che però lascia affatto indeterminata la natura della loro relazione, il senso “ultimo” di questo nesso. L’unità è un’altalena tra l’uno e l’altro polo.





Per usare un’espressione cara a Franco Fortini, si dovrebbe dire che la storia ha costituito una “feroce smentita” dell’idea o ideale gramsciano della “collaborazione di tutti i popoli”. Sarebbe crudele dire - ma è una triste realtà - che i popoli nel Novecento hanno mostrato di saper collaborare soprattutto nel massacrarsi a vicenda. Che fare?

Una soluzione può essere quella di ragionare “a futura memoria”: analizzare e denunciare l’esistente e nello stesso tempo fare come se “la collaborazione di tutti i popoli”, nel senso civile e progressivo del termine, fosse possibile: un modo semplicistico e utopico di praticare il “pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà”.

Said ha tentato una strada diversa, che comporta la rinuncia – nel contesto della sconfitta epocale - a un senso forte di comunismo, ma che finisce per conservarne, anzi svilupparne e arricchirne l’istanza etico-politica, fondata sulla trasformazione rivoluzionaria del senso comune e su quella tensione di identità e diversità che caratterizza l'essenziale nel rapporto interumano.

Said si riferisce a Gramsci e rilancia questa tensione sostituendo però alla “traducibilità” gramsciana la sua idea di “contrappunto”. La “traduzione” o “traducibilità” ha come sfondo, come orizzonte, l’unità, in senso forte: “proletari di tutti i Paesi, unitevi!” Il “contrappunto” ha un orizzonte più sobrio e meno esaltante, ma probabilmente più concreto: l’umanesimo della convivenza, sul quale ha scritto ultimamente pagine di grande spessore nella nuova Prefazione a Orientalismo.

“Storie che si intrecciano, territori che si sovrappongono”: è il motto, o idea-guida del grande affresco di Cultura e imperialismo, che costruisce un discorso sostanzialmente privo di utopie ma ricco di profondi impulsi etico-politici derivanti dalla constatazione che la “collaborazione di tutti i popoli” prima ancora che un’idea politica, è un dato di fatto, espressione paradossale ma oggettiva della stessa politica imperiale che ha avvicinato, intrecciato, sovrapposto e quindi a suo modo costretto a cooperare popoli e culture differenti. È in questo orizzonte che va intesa e valutata la irriducibile battaglia intellettualmente e politicamente perseguita da Said per una soluzione binazionale della questione palestinese-israeliana.

Il “contrappunto” di Said implica due o più linee che si incontrano, “luci diverse”, se vogliamo, che però non sono in nessun caso riconducibili all’identità di un raggio che le preceda e ne sia quindi il presupposto. L’autonomia delle linee è radicale, perché senza di essa non ci potrebbe essere contrappunto. (Avviene qualcosa di analogo con un’altra celebre metafora musicale, che va nella stessa direzione del contrappunto di Said: la “polifonia” di cui parla Bachtin, ad es. nella sua intepretazione di Dostoevskji). Non ci sono un centro e tante periferie, ovvero quel centro c’è stato e c’è ancora: l’imperialismo, che sempre vede uno o più Paesi e organismi economico-sociali reggere le fila del mondo intero. Ma c’è, ci può, ci deve essere un centro dal punto di vista di una alternativa culturale e politica all’imperialismo? Ovvero l’alternativa è proprio l’abolizione, il superamento del fatto o della necessità di un “centro”?

Con questa domanda, che potrebbe mettere in modo un dibattito o una ricerca, diamo il nostro addio a Edward W. Said, che ci piace ricordare “sempre nel posto giusto”.

http://www.gramscitalia.it/saidbaratta.htm

domenica 6 dicembre 2009

Antropologia come critica culturale

Di George E. Marcus, Michael M. Fischer

Vedi da pagina 40

http://books.google.it/books?id=bni1GFNLJZsC&printsec=frontcover#v=onepage&q=&f=false

Gli intellettuali organici / di Antonio Gramsci

1) Ogni gruppo sociale, nascendo sul terreno originario di una funzione essenziale nel mondo della produzione economica, si crea insieme, organicamente, uno o piú ceti di intellettuali che gli dànno omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo economico, ma anche in quello sociale e politico: l’imprenditore capitalistico crea con sé il tecnico dell’industria, lo scienziato dell’economia politica, l’organizzazione di una nuova cultura, di un nuovo diritto, ecc. ecc. Occorre notare il fatto che l’imprenditore rappresenta una elaborazione sociale superiore, già caratterizzata da una certa capacità dirigente e tecnica (cioè intellettuale): egli deve avere una certa capacità tecnica, oltre che nella sfera circoscritta della sua attività e della sua iniziativa, anche in altre sfere, almeno in quelle piú vicine alla produzione economica ( deve essere un organizzatore di masse d’uomini; deve essere un organizzatore della "fiducia" dei risparmiatori nella sua azienda, dei compratori della sua merce ecc.).

Se non tutti gli imprenditori, almeno una élite di essi deve avere una capacità di organizzatore della società in generale, in tutto il suo complesso organismo di servizi, fino all’organismo statale, per la necessità di creare le condizioni piú favorevoli all’espansione della propria classe - o deve possedere per lo meno la capacità di scegliere i "commessi" (impiegati specializzati) cui affidare questa attività organizzatrice dei rapporti generali esterni all’azienda. Si può osservare che gli intellettuali "organici" che ogni nuova classe crea con se stessa ed elabora nel suo sviluppo progressivo, sono per lo piú "specializzazioni" di aspetti parziali dell’attività primitiva del tipo sociale nuovo che la nuova classe ha messo in luce.

[...]

2) Ma ogni gruppo sociale "essenziale" emergendo alla storia dalla precedente struttura economica e come espressione di un suo sviluppo (di questa struttura), ha trovato, almeno nella storia finora svoltasi, categorie intellettuali preesistenti e che anzi apparivano come rappresentanti una continuità storica ininterrotta anche dai piú complicati e radicali mutamenti delle forme sociali e politiche.

La piú tipica di queste categorie intellettuali è quella degli ecclesiastici, monopolizzatori per lungo tempo (per un’intera fase storica che anzi da questo monopolio è in parte caratterizzata) di alcuni servizi importanti: l’ideologia religiosa cioè la filosofia e la scienza dell’epoca, con la scuola, l’istruzione, la morale, la giustizia, la beneficenza, l’assistenza ecc. La categoria degli ecclesiastici può essere considerata la categoria intellettuale organicamente legata all’aristocrazia fondiaria: era equiparata giuridicamente all’aristocrazia, con cui divideva l’esercizio della proprietà feudale della terra e l’uso dei privilegi statali legati alla proprietà. Ma il monopolio delle superstrutture da parte degli ecclesiastici non è stato esercitato senza lotta e limitazioni, e quindi si è avuto il nascere, in varie forme (da ricercare e studiare concretamente), di altre categorie, favorite e ingrandite dal rafforzarsi del potere centrale del monarca, fino all’assolutismo. Cosí si viene formando l’aristocrazia della toga, con suoi propri privilegi, un ceto di amministratori, ecc.; scienziati, teorici, filosofi non ecclesiastici, ecc.

Siccome queste varie categorie di intellettuali tradizionali sentono con "spirito di corpo" la loro ininterrotta continuità storica e la loro "qualifica", cosí essi pongono se stessi come autonomi e indipendenti dal gruppo sociale dominante. Questa auto-posizione non è senza conseguenze nel campo ideologico e politico, conseguenze di vasta portata: tutta la filosofia idealista si può facilmente connettere con questa posizione assunta dal complesso sociale degli intellettuali e si può definire l’espressione di questa utopia sociale per cui gli intellettuali si credono "indipendenti", autonomi, rivestiti di caratteri loro propri, ecc.

A. Gramsci, La formazione degli intellettuali (Q. XXIX) - in: A. Gramsci, Gli intellettuali, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 13-16

http://www.girodivite.it/Gli-intellettuali-organici-di.html

domenica 29 novembre 2009

Recensione a Giorgio Baratta

Recensione a Giorgio Baratta, Antonio Gramsci in contrappunto. Dialoghi col presente

Roma, Carocci, 2007, pp. 301, € 22,50

Lothar Knapp

Il libro di Giorgio Baratta ha il merito di aprire nuove prospettive alla comprensione di ampie parti dei Quaderni del carcere in una lettura parallela con le Lettere dal carcere. L’aspetto innovativo consiste prevalentemente nell’introduzione di un concetto mutuato dall’ambito musicale che, nella sua applicazione alla comprensione del testo, conferisce a quest’ultimo un’ombra di musicalità non inappropriata alla fluidità dei concetti nel linguaggio gramsciano. Si tratta del concetto di contrappunto, ripreso dallo storico della cultura e studioso di Gramsci Edward W. Said[1], che Baratta trasferisce dall’ambito della storia della musica a quello della storia concettuale del lessico politico di Gramsci, gettando in tal modo le basi per una rinnovata comprensione del testo gramsciano in alcuni suoi aspetti. Già in Said ritroviamo l’utilizzo della categoria di contrappunto in senso traslato, in una applicazione a testi confrontati tra loro e il cui sviluppo viene presentato al lettore in maniera contrappuntistica, analogamente all’andamento polifonico nella musica; vengono, per esempio, confrontate un’opera riconosciuta appartenente alla letteratura alta della metropoli in ambito anglosassone con un’opera proveniente dalla rispettiva periferia delle subculture anglofoni, capace di illuminare la prima di una luce critica. Questo confronto integra anche una componente spaziale nella funzione del contrappunto, e cioè la dialettica di centro e periferia. Per Said il centro sta ad indicare il monopolio letterario angloamericano, la periferia la produzione dei paesi anglofoni che l’autore analizza in Cultura e imperialismo. Letteratura e consenso nel progetto coloniale dell’Occidente; in Baratta questi concetti denotano inoltre gli opposti di cultura alta e cultura popolare, posizione dominante e subalterna in senso egemonico. Essi costituiscono gli strumenti analitici della teoria del contrappunto, sulla cui base l’autore auspica di poter presentare una nuova visione dei testi gramsciani. Bisogna aggiungere che questi concetti-chiave permettono all’autore di allargare l’ambito di ricerca degli studi gramsciani al di là dell’Europa, anzitutto al continente sudamericano, come documentato nella quarta parte del libro, intitolata Transiti e dimore.

L’approccio analitico del libro, il suo fondamento metodologico, consiste dunque nella messa in parallelo di storia della musica e storia sociale, di dati dello sviluppo delle forme musicali e della corrispondente formazione storica di condizioni politico-sociali. Per dimostrare questo l’autore risale a ritroso nella storia seguendo lo sviluppo delle forme musicali dall’epoca barocca all’età classica, e ancora sino alla musica moderna; egli individua come elemento formativo del barocco l’arte della fuga, nella sua forma compiuta in Bach, alla quale si sostituisce in epoca classica la forma musicale caratteristica della sonata, mentre con la fine della fase classica ha luogo una specie di ritorno ad un principio antico della musica, al contrappunto. Sulla scia di Said e del suo dialogo con Barenboim[2], Baratta si richiama ad Adorno e ai suoi scritti musicali[3], per integrare questo sviluppo delle forme nella sua ricerca. Culmine di uno sviluppo di 350 anni di tonalità, la forma-sonata si è imposta come forma dominante dell’espressione musicale, ricorda l’autore. «Da qui il “latente contenutismo” di una forma che è sintesi di forma e contenuto, o meglio rappresenta il dispiegamento della tensione tra forma e contenuto in vista della loro conciliazione, espressa dal classicismo di Haydn, Mozart e Beethoven» (p. 18). Con Adorno, l’autore intende per forma «sonata» l’espressione dell’«armonia di interesse individuale e interesse collettivo teorizzato dal liberalismo», come scrive Adorno, alludendo a un parallelismo tra Beethoven e Hegel, «tra forma “sonata” e dialettica, tra lingua musicale e linguaggio della modernità» (18). Di fronte ad una fase della musica classica giunta ormai al tramonto, Adorno si è chiesto che cosa potrebbe seguire alla morte del vecchio, scrive Baratta, e questa domanda equivarrebbe all’affermazione di Gramsci «che il vecchio muore e il nuovo non può nascere»; non essendo in vista alcuna «nuova totalità formale», «capace di ridurre a unità gli elementi diversificati della composizione», è sottratto ogni fondamento ad una «universale relazione reciproca delle voci nella loro molteplicità» e si spiega così il ritorno al «predominio radicale del contrappunto» (19). Su questo si fonda «l’organizzazione contrappuntistica della “neue Musik”», la polifonia delle voci, non più capace di ricomporre gli elementi diversificati in una sintesi, ma che riflette piuttosto una costituzione sociale caratterizzata da una crescente destrutturazione (19-20).

A questo punto, l’approccio di Said offre la possibilità di una nuova concezione della teoria del contrappunto da sperimentare nella sua applicazione all’interpretazione del testo letterario, prosegue Giorgio Baratta. Si pone dunque la questione in che modo il principio del contrappunto possa essere in grado di creare una nuova unità della diversità o addirittura degli elementi contraddittori, e questa sarebbe assicurata dal fatto – ancora derivato da Adorno – che il fulcro dell’interesse si sposta dal centro del fenomeno alla sua periferia[4]. Alle periferie subalterne verrebbe in tal modo attribuita la stessa rilevanza che al centro dominante; centro e periferia si ritroverebbero così posti in una relazione dialettica[5]. Ci si chiede allora quale sia il rapporto tra dialettica e contrappunto o quale dovrebbe essere e se quest’ultimo smorzi la prima o addirittura si sostituisca ad essa, come pare a volte. «Il Novecento appare caratterizzato dalla disgregazione della dialettica, perlomeno della vecchia dialettica (ma ce n’è un’altra?)» (18-19). Ritorneremo più avanti su questo punto.

L’autentico campo di ricerca intorno al contrappunto in relazione al rapporto tra alta cultura e cultura popolare sta nella costellazione concettuale umanesimo, egemonia e democrazia, termini che descrivono lo spazio sociale nel quale ha luogo la mediazione tra cultura dominante e cultura subalterna e nel quale la cultura subalterna può aspirare a una posizione egemonica rispetto alla visione del mondo predominante sinora; tale egemonia inaugurerebbe una fase della democrazia non più dominata dal centro e nella quale anche l’egemonia nel senso del centralismo democratico risulterebbe ormai superata. Metodologicamente, queste categorie vengono affrontate tramite i concetti di dialettica, traducibilità e contrappunto, presentati nell’Introduzione.

Quel che l’autore chiama filologia vivente (45) è l’insieme degli strumenti e delle operazioni linguistiche e gnoseologiche che caratterizzano la catena di concetti presi in considerazione. Per quanto riguarda il rapporto tra dialettica e contrappunto si pone però il problema della sovrapposizione, a tratti anche dell’identificazione dei due concetti, con il conseguente sfumarsi dei confini tra i due ambiti concettuali. Nel contesto considerato sin qui, la necessità della dialettica (sotto l’aspetto economico, ma anche territoriale) è rimasta incontestata, ma in altri luoghi del libro (come anche nell’Introduzione) l’autore accenna ad una disgregazione della dialettica nel corso del ventesimo secolo (18), un pensiero ripreso e ampiamente discusso nel paragrafo 8.5. dal titolo Contrappunto.

All’inizio del ventunesimo secolo la situazione è oramai diversa ma non al punto che sia possibile abbandonare la teoria delle contraddizioni o intravedere una qualche forma di superamento (156). Il problema è un altro: la «teoria delle contraddizioni» nella versione moderna, gramsciana, richiede un’integrazione o un confronto, che le consenta il transito a una forma-pensiero non più viziata dalla tradizione dialettica in senso stretto, universalistico-eurocentrica, hegeliana-beethoveniana. Avviene uno slittamento: la teoria dialettica delle contraddizioni si avvicina alla «teoria del contrappunto» nel senso di Said. Assieme al preteso «universalismo» della vecchia dialettica verrebbe a cadere anche il suo perdurante legame con l’idealismo filosofico: «L’ipotesi […] è che la dialettica del contrappunto […] disegnando lo spazio di un dialogo ideale tra Gramsci e Said, sia in grado di riconsiderare seriamente – nel senso di liquidarlo – il residuo di universalismo-idealismo della vecchia dialettica[6]». Si affaccia la necessità di una «metodologia che rinunci sistematicamente a ogni generalizzazione (di specie, di genere, di classe, ecc.) ricercando – a partire dai gruppi, sottogruppi, individui –le relazioni, gli intrecci, le integrazioni via via piú complesse alle quali obbedisce la logica molecolare del metodo gramsciano». Sta qui «la potenzialità di senso immanente al “contrappunto”», sottolinea l’autore (157-58).

Occorre qui compiere, gramscianamente, un passo in avanti: al nesso dialettica-contrappunto si annoda la rete traduzione-traducibilità. Fondamentale per la teoria della traduzione si rivela una sorta di dialettica dei concetti da intendersi nel senso di stratificazioni contrappuntistiche di senso. Si apre qui un complesso terreno di indagine che è possibile solo sfiorare. La terminologia puramente teorica si coniuga con le questioni di filosofia politica. L’impressione forse più diretta data dalla percezione di un tale terreno si ha con la metafora gramsciana del raggio e dei prismi: «lo stesso raggio luminoso passando per prismi diversi dà rifrazioni di luce diversa». Secondo Gramsci affiora qui «la più delicata, incompresa eppure essenziale dote del critico delle idee e dello storico dello sviluppo sociale» e cioè: l’attitudine a «trovare la reale identità sotto l’apparente differenziazione e contraddizione, e trovare la sostanziale diversità sotto l’apparente identità» (22). Baratta: «È il movimento della realtà a determinare se e quando i molti (diversi) si strutturino secondo contraddizioni, che danno luogo a conflitti, anche violenti, o secondo differenze, passibili di competizione egemonica, perlopiù (ma non solo) pacifica» (23). La “diversità”, se e in quanto si presenta come espressione di contraddizioni, non può venir né risolta né integrata nella dimensione dell’egemonico, mentre questa possibilità esiste per le differenze. Questa distinzione non è fissa, ma mobile. Le contraddizioni possono essere o restare antagonistiche, o diventare (come diceva Mao Tse Dong) “contraddizioni in seno al popolo”, cioè, in linguaggio a noi più vicino: differenze. Oper qui la teoria della traduzione. Secondo Baratta: «Gramsci ha tradotto la dialettica, un suo aspetto, nel linguaggio dell’egemonia». Lo scopo perseguito con questa traduzione sta nell’orientamento in direzione della lotta per l’affermazione della democrazia, o, detto diversamente: «La traducibilità delle contraddizioni nella lotta egemonica è il fondamento della democrazia» (198).

Anche in quest’ottica la democrazia viene caratterizzata come qualcosa che può risorgere solo a partire dall’egemonia delle classi subalterne. Aver mostrato queste prospettive storiche dal punto di vista di un Gramsci in contrappunto è il merito del nuovo libro di Giorgio Baratta.



(Rivista on-line “TestoeSenso”, traduzione di Leonie Schröder)



[1] E.W. Said, Cultura e imperialismo. Letteratura e consenso nel progetto coloniale dell’Occidente.Gamberetti, Roma 1998 (ed. orig. Culture and Imperialism. New York 1993) nonché E.W. Said, Umanesimo e critica democratica. Cinque lezioni. Il Saggiatore, Milano 2007 (ed. orig. Humanism and Democratique Criricism. New York 2004).

[2] D. Barenboim, E. W. Said, Paralleli e paradossi. Pensieri sulla musica, la politica e la società. Milano 2004 (ed. orig.: Parallels and Paradoxes. Explorations in Music and Society. New York 2002).

[3] T.W. Adorno, Il problema della forma nella nuova musica, in Id., Immagini dialettiche. Scritti musicali, 1955-65, a cura di G. Borio, Einaudi, Torino 2004.

[4] Cfr. Adorno, La funzione del contrappunto nella nuova musica, in Immagini dialettiche, cit.

[5] Cfr. Said Orientalismo, pp. 20 s.

[6] A tale proposito è determinante il riferimento ad Alberto Mario Cirese nel capitolo 8 del libro di Baratta intitolato “Folclore e filosofia”.

http://www.gramscitalia.it/knapp.htm

http://www.testoesenso.it/assets/download/press/numero9/noteerecensioni/Lothar_Knapp_Recensione_Baratta_it.pdf