lunedì 14 settembre 2009

L’illusione della pace

All’inizio di maggio, mentre era in visita in Israele e nei Territori occupati, il segretario di stato americano Colin Powell si è incontrato con il nuovo primo ministro palestinese Abu Mazen e con un piccolo gruppo di rappresentanti della società civile fra cui Hanan Ashrawi e Mustafa Barghuti.

Edward Said: Internazionale 492, 12 giugno 2003

Secondo Barghuti, Powell ha manifestato sorpresa e un lieve sconforto alla vista delle mappe computerizzate degli insediamenti, del reticolato alto otto metri e delle decine di posti di blocco israeliani che hanno reso la vita dei palestinesi tanto difficile e il loro futuro così nero.

Malgrado la sua importante posizione, Powell ha una visione piuttosto limitata della realtà palestinese. Tuttavia ha chiesto di poter portare via alcuni materiali e – cosa ancor più importante – ha assicurato ai palestinesi che il presidente Bush si dedicherà all’attuazione della road map con lo stesso impegno dimostrato in Iraq. Affermazioni praticamente identiche sono state fatte negli ultimi giorni di maggio dallo stesso Bush, in alcune interviste alla stampa araba, anche se come al solito ha detto cose generali anziché scendere nel dettaglio. Il presidente statunitense si è incontrato in Giordania con i leader palestinesi e israeliani; in precedenza aveva visto alcuni dei principali leader arabi, tranne il presidente siriano Bashir el Assad.

Tutto ciò rientra in quella che si presenta come una grande campagna americana. Il fatto che Ariel Sharon abbia accettato la road map (anche se con riserve sufficienti a pregiudicare la sua accettazione) è un buon auspicio per la creazione di uno stato palestinese autosufficiente.

La visione di Bush (questo termine inserisce una strana nota sognante in quello che dovrebbe essere un piano di pace in tre fasi, definitivo e che punta dritto allo scopo) si dovrebbe realizzare riformando l’Autorità Nazionale Palestinese, eliminando ogni violenza contro gli israeliani, e creando un governo palestinese che soddisfi i requisiti posti da Israele e dal cosiddetto Quartetto (Stati Uniti, Nazioni Unite, Unione europea e Russia) che ha partorito il piano.

Dal canto suo, Israele si impegna a migliorare la situazione umanitaria, ad allentare le restrizioni e togliere il coprifuoco, anche se non specifica dove e quando. La prima fase del piano prevede entro il mese di giugno lo smantellamento degli ultimi 60 insediamenti situati sulle alture (i cosiddetti “avamposti illegali creati a partire dal marzo 2001”), anche se non dice nulla sulla rimozione degli altri insediamenti, quelli dove abitano i duecentomila coloni della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Per non parlare degli altri duecentomila che vivono nella parte orientale di Gerusalemme, annessa da Israele.

Una simmetria fuorviante
La seconda fase, definita di transizione e che va da giugno a dicembre, dovrebbe riguardare in via prioritaria l’“opzione di creare uno stato palestinese indipendente con confini provvisori e attribuzioni di sovranità”, non meglio specificate. Questa fase, secondo il piano, culminerà in una conferenza internazionale per approvare e poi “fondare” uno stato palestinese, ancora una volta dai “confini provvisori”. La terza fase dovrebbe mettere fine una volta per tutte al conflitto, anche per mezzo di una conferenza internazionale con il compito di risolvere le questioni più spinose: profughi, insediamenti, Gerusalemme e confini.

Il ruolo di Israele, in tutto questo, è collaborare: l’onere vero e proprio ricade sui palestinesi, che devono rispettare una raffica di impegni in rapida successione, mentre l’occupazione militare prosegue più o meno invariata, anche se un po’ allentata nelle principali aree invase nella primavera del 2002. Non sono previsti meccanismi di monitoraggio, e la fuorviante simmetria che caratterizza la struttura del piano lascia in larga misura a Israele il controllo e la decisione su quello che succederà poi, sempre che qualcosa succeda. Quanto ai diritti umani dei palestinesi – attualmente non tanto ignorati, quanto repressi – il piano non contiene nessun provvedimento specifico: quindi sta a Israele decidere se andare avanti per la stessa strada o cambiare rotta.

Dopo l’Iraq
Per una volta, dicono i soliti commentatori, Bush offre un’autentica speranza di soluzione per il Medio Oriente. Secondo la maggior parte dei mezzi d’informazione, i contenuti del documento (in gran parte tratto dai piani di pace precedenti) sono il risultato della fiducia in sé che Bush avrebbe ritrovato dopo il trionfo in Iraq.

Come accade in molte discussioni sul conflitto palestinese-israeliano, i discorsi si basano su luoghi comuni manipolati e ipotesi inverosimili piuttosto che sulle realtà del potere e della storia vissuta. Chi esprime posizioni scettiche o critiche viene liquidato come antiamericano, mentre molti leader delle organizzazioni ebraiche accusano la road map di esigere troppe concessioni da parte di Israele. Ma i principali organi di stampa non smettono di ricordarci che Sharon ha parlato di “occupazione” – cosa che finora non aveva mai fatto – e ha perfino annunciato la sua intenzione di porre fine al dominio israeliano su tre milioni e mezzo di palestinesi. Ma sa esattamente che cosa ha proposto di far finire?

Il 1 giugno un commentatore di Ha’aretz, Gideon Levy, scriveva che Sharon, al pari della maggioranza degli israeliani, non ha idea “di come si vive sotto il coprifuoco nelle comunità che sono sotto assedio da anni. Che ne sa dell’umiliazione dei posti di blocco, o della gente costretta a percorrere strade di ghiaia e fango per portare in ospedale una donna che ha le doglie? Che ne sa di come vive chi soffre la fame? Che ne sa delle case demolite? Dei bambini che vedono i genitori picchiati e umiliati nel cuore della notte?”.

Un’altra omissione spicca nella road map: il gigantesco “muro divisorio” che Israele sta costruendo in Cisgiordania – 347 chilometri di cemento armato che vanno da nord a sud, 120 dei quali già in piedi. Il muro è alto 8 metri e spesso 3,5; il suo costo è stimato sul milione e 600mila dollari a chilometro. Il muro non si limita a dividere Israele da un ipotetico stato palestinese in base al tracciato dei confini del 1967: include anche nuove estensioni di terra palestinese, a volte pari a 5 o 6 chilometri. È circondato da trincee, reticolati elettrificati e fossati, ed è disseminato di torrette di guardia a intervalli regolari.

Quasi dieci anni dopo la fine dell’apartheid in Sudafrica, questo spaventoso muro razzista sta sorgendo senza alcun commento da parte della maggioranza degli israeliani e dei loro alleati americani, i quali, che lo vogliano o no, pagheranno il grosso delle spese. Le case dei quarantamila abitanti palestinesi della cittadina di Qalqilya si trovano al di qua del muro, e la terra che coltivano – anzi di cui vivono – sta dall’altra parte. Si calcola che quando la costruzione del muro sarà ultimata quasi 300mila palestinesi si ritroveranno divisi dalla loro terra.

Di tutto questo la road map non parla, come non parla della recente approvazione da parte di Sharon della costruzione di un altro muro nella zona orientale della Cisgiordania che, se sarà eretto, ridurrà al 40 per cento della superficie originaria l’estensione di territorio palestinese disponibile per lo stato sognato da Bush. È esattamente ciò che Sharon pensava fin dall’inizio.

Dietro l’accettazione israeliana del piano – con pesanti modifiche – e dietro l’evidente impegno degli Stati Uniti a realizzarlo c’è una premessa non detta: il relativo successo della resistenza palestinese. E questo è vero indipendentemente dal fatto che uno condanni o meno certi suoi metodi e l’alto prezzo che ha imposto a una nuova generazione di palestinesi.

La proposta della road map è stata accompagnata da ragioni di ogni genere: ha il sostegno del 56 per cento degli israeliani, Sharon si è finalmente piegato alla realtà internazionale, Bush ha bisogno di una copertura arabo-israeliana per le sue avventure militari in altre parti del mondo, i palestinesi sono finalmente rinsaviti e hanno dato il potere ad Abu Mazen, eccetera eccetera. Tutto questo è vero in parte: ma io continuo a sostenere che se non fosse stato per i palestinesi e per il loro irremovibile rifiuto di essere “un popolo sconfitto” – come li ha definiti il capo di stato maggiore israeliano – non ci sarebbe nessun piano di pace. Tuttavia chiunque creda che la road map offra davvero una soluzione, o che affronti i problemi di fondo, si sbaglia.

Questo piano scarica interamente sui palestinesi l’esigenza di moderazione, di rinuncia e di sacrificio, negando così la durezza e la rilevanza della storia palestinese. Leggere fra le righe della road map significa trovarsi di fronte a un documento privo di collocazione effettiva, cioè senza alcun riferimento di tempo e di luogo.

In altre parole la road map non è tanto un piano di pace, quanto un piano di pacificazione: cerca il modo di mettere fine al problema Palestina. Di qui la ripetizione del termine “performance” nell’arida prosa del documento: in altre parole, il comportamento che ci si aspetta dai palestinesi. Nessuna violenza, nessuna protesta, più democrazia, leader e istituzioni migliori. Il tutto in base al concetto che il problema di fondo è la ferocia della resistenza palestinese, anziché l’occupazione che è all’origine di quella resistenza. Dagli israeliani non ci si aspetta niente di paragonabile, tranne la cessione dei piccoli insediamenti a cui accennavo prima, noti come “avamposti illegali” (categoria del tutto nuova, la quale suggerisce che altri insediamenti israeliani in territorio palestinese siano legali), e il “congelamento” – ma certo non la rimozione o lo smantellamento – di quelli principali.

Non si dice una parola su quello che i palestinesi hanno subìto, dal 1948 e poi di nuovo dal 1967, per mano di Israele e degli Stati Uniti. Neanche una parola sull’arresto dello sviluppo dell’economia palestinese, di cui parla la ricercatrice americana Sara Roy in un libro di prossima pubblicazione (Scholarship and Politics: Selected Works of Sara Roy on the Palestinian-Israeli Experience 1985-2003).

La demolizioni delle case, lo sradicamento degli alberi, gli oltre cinquemila prigionieri, la politica degli omicidi mirati, le chiusure dei territori a partire dal 1993, la distruzione generalizzata delle infrastrutture, l’incredibile numero di morti e feriti: tutto questo, e altro ancora, viene taciuto. La feroce aggressività e il rigido unilateralismo del team negoziale statunitense e di quello israeliano sono già noti.

Quanto alla squadra palestinese, ispira scarsa fiducia, composta com’è da schiere di sostenitori di Arafat riciclati e in là con gli anni. La road map sembra aver regalato una seconda giovinezza a Yasser Arafat. Nonostante la stupida politica israeliana di umiliarlo rinchiudendolo in un edificio semidistrutto dai bombardamenti, Arafat ha ancora il controllo della situazione. Resta il presidente eletto della Palestina, ha in mano i cordoni della borsa (tutt’altro che gonfia) e, per quanto riguarda il suo status, nessuno dei componenti dell’attuale squadra “riformista” (che a parte due o tre novità significative sono esponenti riciclati della vecchia squadra) ha il carisma e il potere del vecchio.

Prendiamo Abu Mazen, per esempio. Lo incontrai per la prima volta nel marzo del 1977, alla prima riunione del consiglio nazionale dell’Olp a cui partecipai al Cairo. Il suo fu senz’altro il discorso più lungo e lo tenne in quel suo tono didattico, acquisito probabilmente quand’era insegnante nel Qatar. Spiegò ai parlamentari palestinesi le differenze fra sionismo e dissidenza sionista. Fu un intervento degno di nota, visto che all’epoca la maggioranza dei palestinesi ignorava che in Israele non ci fossero soltanto sionisti integralisti, ma anche molti attivisti e pacifisti.

Retrospettivamente, quel discorso di Abu Mazen segnò l’avvio di una vera e propria campagna da parte dell’Olp: una serie di incontri in Europa, per lo più segreti, fra palestinesi e israeliani che discutevano lungamente sulla pace e che hanno contribuito a creare, nelle rispettive società, la base di consenso che ha reso possibile il processo di Oslo.

Da Damasco a Tunisi
Tuttavia nessuno dubitava che Arafat avesse autorizzato il discorso di Abu Mazen e la successiva campagna. E mentre i partecipanti palestinesi a questi incontri provenivano dal centro della scena politica palestinese (cioè al Fatah), gli israeliani erano un gruppuscolo emarginato di pacifisti sbeffeggiati da tutti, il cui coraggio era lodevole proprio per questo. Durante gli anni dell’Olp a Beirut, cioè fra il 1971 e il 1982, Abu Mazen è rimasto a Damasco.

Poi ha raggiunto Arafat e il suo staff in esilio a Tunisi, dove ha vissuto per circa dieci anni. Io l’ho incontrato laggiù diverse volte e sono rimasto colpito dal suo ufficio organizzatissimo, dai suoi modi da tranquillo burocrate e dal suo evidente interesse per l’Europa e gli Stati Uniti. Si dice che dopo la conferenza di Madrid del 1991, Abu Mazen abbia radunato gli esponenti dell’Olp e alcuni intellettuali indipendenti presenti in Europa e li abbia suddivisi in squadre, con il compito di preparare documenti su temi specifici come l’acqua, i profughi, la situazione demografica e i confini in vista di eventuali negoziati.

Questo avveniva prima di quelli che sarebbero poi diventati gli incontri segreti di Oslo del 1992 e del 1993. Purtroppo, per quanto ne so, quei dossier non sono mai stati usati, nessuno degli esperti palestinesi è mai stato impegnato nelle trattative e gli esiti di quell’opera di ricerca non hanno influenzato i documenti finali.

A Oslo gli israeliani hanno messo in campo una serie di esperti aiutati da mappe, documenti, statistiche e almeno diciassette bozze degli accordi che i palestinesi avrebbero finito per firmare. I palestinesi, invece, hanno limitato la loro squadra negoziale a tre esponenti dell’Olp completamente diversi fra loro, nessuno dei quali conosceva l’inglese o aveva la minima esperienza di trattative internazionali o d’altro genere. A quanto pare, la scelta di Arafat era stata dettata dall’intenzione di non essere tagliato fuori dalla trattativa, specie dopo la sua uscita da Beirut e la disastrosa decisione di schierarsi con l’Iraq nella guerra del Golfo del 1991. Nelle memorie di Abu Mazen (1) e in altri resoconti aneddotici delle discussioni di Oslo, il merito di essere stato “l’architetto” degli accordi è riconosciuto all’attuale premier palestinese, anche se non si è mai allontanato da Tunisi. Ma la maggior parte dei resoconti delle trattative di pace evidenzia che a tirare le fila era sempre Arafat.

L’équipe negoziale americana, guidata da Dennis Ross, ex dipendente della lobby israeliana (occupazione a cui è tornato), spalleggiava di continuo la posizione israeliana. Dopo dieci anni di trattative, la posizione di Israele consisteva nel restituire ai palestinesi il 18 per cento dei Territori a condizioni del tutto sfavorevoli, mentre l’esercito israeliano manteneva il controllo della sicurezza, dei confini e delle risorse idriche. Intanto il numero degli insediamenti era più che raddoppiato.

Fin dal ritorno dell’Olp nei Territori occupati, nel 1994, Abu Mazen è rimasto una figura di secondo piano, universalmente nota per la sua “flessibilità” nei confronti di Israele, per l’arrendevolezza nei confronti di Arafat e per la totale mancanza di qualsiasi base politica organizzata, sebbene sia stato fra i fondatori di al Fatah e poi membro e segretario generale del suo comitato centrale. Per quanto ne so, non è mai stato eletto a nessuna carica, e di certo non nel Consiglio legislativo palestinese. L’Olp e l’Autorità Nazionale Palestinese sotto Arafat sono tutt’altro che trasparenti. Poco si sa del modo in cui si prendono le decisioni, in cui si spendono i soldi e chi abbia voce in capitolo a parte Arafat.

Ma tutti concordano sul fatto che Arafat – diabolico manager e maniaco del controllo – resta la figura centrale sotto ogni punto di vista. Ecco perché la nomina di Abu Mazen a primo ministro, che tanto piace agli americani e agli israeliani, è vista dalla maggioranza dei palestinesi come una barzelletta: la mossa del vecchio per tenersi il potere inventando un nuovo giochino. Abu Mazen è generalmente considerato incolore, moderatamente corrotto e privo di idee proprie chiare, tranne quella di voler compiacere l’uomo bianco.

Al pari di Arafat, Abu Mazen ha sempre vissuto nella regione del Golfo, in Siria, in Libano, in Tunisia e ora nella Palestina occupata. Non conosce altre lingue oltre l’arabo e non è granché né come oratore né come personaggio pubblico.

Il capo della sicurezza
Un’altra figura molto esaltata da israeliani e americani è Mohammed Dahlan, il nuovo capo della sicurezza. Viene da Gaza, è più giovane e intelligente di Abu Mazen, e senza scrupoli. Durante gli otto anni in cui ha gestito uno dei quattordici o quindici organismi di sicurezza, Gaza è stata ribattezzata “Dahlanistan”.

Dahlan si è dimesso l’anno scorso solo per essere nuovamente riassunto come “capo della sicurezza unificata” dagli europei, dagli americani e dagli israeliani, anche se naturalmente anche lui è da sempre un uomo di Arafat. Adesso ci si aspetta che ordini un giro di vite nei confronti di Hamas e della Jihad islamica; una delle ricorrenti richieste israeliane dietro cui si nasconde la speranza che scoppi una guerra civile palestinese.

Per quanto diligente e flessibile si dimostri, Abu Mazen sarà limitato da tre fattori. Uno di questi è lo stesso Arafat, che controlla ancora al Fatah, la formazione che in teoria costituisce anche la base di potere di Abu Mazen. Un altro è Sharon (che presumibilmente sarà spalleggiato dagli americani fino alla fine). In un elenco di quattordici “osservazioni” sulla road map, pubblicato da Ha’aretz il 27 maggio, Sharon ha mostrato i limiti della flessibilità israeliana. Il terzo fattore è rappresentato da Bush e dal suo entourage: a giudicare dal modo in cui hanno gestito il dopoguerra in Afghanistan e in Iraq non hanno né il coraggio né la competenza per la costruzione delle necessarie istituzioni nazionali.

Tuttavia le prospettive immediate per i palestinesi non sono del tutto nere. Rovinata, devastata e quasi distrutta sotto tanti punti di vista, la società palestinese non perde la speranza. Non esiste un’altra società araba altrettanto sanamente rumorosa e indisciplinata; nessun’altra è più ricca di iniziative civiche e sociali e di istituzioni funzionanti, tra cui un conservatorio musicale miracolosamente vitale. Benché siano in larga misura disorganizzati, i palestinesi della diaspora sono ancora attivamente coinvolti nei problemi del loro destino collettivo. Soltanto una minima parte di questa energia è riuscita a insinuarsi nell’Autorità Nazionale Palestinese, che è rimasta stranamente lontana dalla sorte della sua gente. Secondo alcuni sondaggi, al Fatah e Hamas insieme hanno l’appoggio di circa il 45 per cento dell’elettorato palestinese; il restante 55 per cento ripone le sue speranze in esperienze politiche ben diverse.

Un’iniziativa promettente
L’unica formazione autenticamente di base che si tenga alla larga sia dai partiti religiosi e dalla loro politica settaria, sia dal nazionalismo tradizionale dei vecchi militanti di al Fatah, è l’Iniziativa politica nazionale (Ipn), guidata da Mustafa Barghuti, un medico che ha studiato a Mosca. Ex leader del partito comunista, è stato direttore del Comitato per il soccorso sanitario ai villaggi, un organismo che ha portato l’assistenza sanitaria a oltre centomila palestinesi nelle zone rurali. Barghuti ha lavorato con gli israeliani, gli europei, gli americani, gli africani, gli asiatici e gli arabi per costruire un movimento di solidarietà che non si limita a predicare il pluralismo e la coesistenza, ma li pratica.

L’Ipn non si arrende di fronte alla militarizzazione caotica dell’intifada. Offre programmi di formazione per i disoccupati e servizi sociali per i poveri, sostenendo che questa è una risposta alla situazione attuale. Ma soprattutto l’Ipn – che sta per diventare un partito politico – cerca di mobilitare la società palestinese, in patria e in esilio, perché si tengano libere elezioni: elezioni autentiche che rappresentino gli interessi dei palestinesi anziché quelli degli israeliani o degli americani. L’ autenticità è quello che manca nel percorso tracciato per Abu Mazen.

(1) Through Secret Channels: The Road to Oslo: Senior Plo Leader Abu Mazen’s Revealing Story of the Negotiations with Israel (Reading, Gb 1995).

Traduzione di Marina Astrologo

http://www.internazionale.it/firme/articolo.php?id=3623

Una finestra sul mondo

Gli intellettuali occidentali hanno contribuito a preparare e giustificare la guerra all’Iraq. Venticinque anni dopo la pubblicazione di Orientalismo, Edward Said ribadisce le sue tesi nella nuova introduzione al libro

Edward Said: Internazionale 503, 28 agosto 2003

Nove anni fa, nella primavera del 1994, ho scritto una postfazione a Orientalismo in cui tentavo di chiarire quello che pensavo di aver detto e non detto nel mio libro. In quella postfazione sottolineavo non soltanto i molti dibattiti che si sono aperti a partire dal 1978, anno della prima edizione del saggio, ma anche gli errori d’interpretazione sempre più frequenti a cui si prestava quell’opera sulle rappresentazioni correnti dell’“Oriente”.

Il fatto che io oggi reagisca a queste interpretazioni con più ironia che irritazione rivela chiaramente fino a che punto sto cedendo all’incalzare dell’età. La recente scomparsa di due miei grandi mentori intellettuali, politici e personali – gli scrittori e militanti Eqbal Ahmad e Ibrahim Abu-Lughod – ha suscitato in me tristezza e senso di perdita, ma anche rassegnazione e una certa ostinata volontà di andare avanti.

Nel mio libro di memorie Sempre nel posto sbagliato. Autobiografia (1999) descrivevo i mondi strani e contraddittori in cui sono cresciuto, e presentavo ai miei lettori e a me stesso una descrizione particolareggiata degli ambienti della Palestina, dell’Egitto e del Libano che hanno inciso sulla mia formazione. Ma quella era una descrizione molto personale, che si fermava prima degli anni del mio impegno politico, cominciato dopo la guerra arabo-israeliana del 1967.

Orientalismo è un libro molto legato alla dinamica tumultuosa della storia contemporanea. Nelle sue pagine sostengo che tanto il termine Oriente quanto il concetto di Occidente non hanno alcuna consistenza ontologica: entrambi sono opere dell’uomo, in parte come autoaffermazione, in parte come identificazione dell’Altro.

Queste grandi finzioni si prestano facilmente alla manipolazione e all’organizzazione delle passioni collettive. Questo non è mai stato più evidente di ora, quando la mobilitazione della paura, dell’odio, del disgusto e dei rinascenti orgoglio e arroganza – sentimenti che per la maggior parte hanno a che fare con l’islam e gli arabi da un lato, e “noi” occidentali dall’altro – sono imprese su larga scala.

La prima pagina di Orientalismo si apre con una descrizione della guerra civile libanese. Quella guerra terminò nel 1990, ma le violenze e gli orrendi spargimenti di sangue proseguono tuttora. Abbiamo assistito al fallimento del processo di pace di Oslo, allo scoppio della seconda intifada e alle spaventose sofferenze inflitte ai palestinesi dalla nuova invasione della Cisgiordania e di Gaza.

Ha fatto la sua comparsa il fenomeno degli attentatori suicidi, con tutte le sue atroci manifestazioni, nessuna delle quali naturalmente è più ripugnante e apocalittica degli eventi dell’11 settembre 2001 con le loro conseguenze, le guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq. Mentre scrivo queste righe, prosegue l’occupazione illegale dell’Iraq da parte della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, le cui conseguenze sono autenticamente preoccupanti. Tutto ciò fa parte di quello che viene definito uno scontro fra civiltà implacabile, irrimediabile, senza fine. Io invece non lo credo.

Il potere bruto
Vorrei poter affermare che negli Stati Uniti la comprensione generale del Medio Oriente, degli arabi e dell’islam è migliorata, ma purtroppo non è così. Per diverse ragioni in Europa la situazione sembra migliore. Negli Stati Uniti l’irrigidimento delle posizioni, la morsa sempre più stretta delle generalizzazioni svilenti e dei cliché trionfalistici, il dominio del potere bruto alleato con il disprezzo semplicistico per i dissidenti e gli “altri” ha trovato un degno correlativo nel saccheggio e nella distruzione delle biblioteche e dei musei iracheni.

I governanti americani e i loro lacchè intellettuali sembrano incapaci di capire che la storia non si può cancellare come una lavagna per permettere a “noi” di scrivere il nostro futuro, imporre le nostre forme di vita e pretendere che quei popoli inferiori le seguano. È abbastanza comune, a Washington e non solo, ascoltare importanti esponenti politici che parlano di ridisegnare la carta geografica del Medio Oriente, come se antiche società e una miriade di popoli si potessero rimescolare come noccioline in un barattolo.

Ma questo è accaduto spesso con l’“Oriente”, concetto semi-mitico che dopo l’invasione napoleonica dell’Egitto alla fine del diciottesimo secolo è stato fatto e rifatto innumerevoli volte dal potere che ha agito attraverso una forma di sapere, costruita appositamente, per affermare che questa è la natura dell’Oriente e che dobbiamo affrontarla di conseguenza. In questo processo gli innumerevoli sedimenti della storia – una varietà vertiginosa di popoli, lingue, esperienze e culture – vengono accantonati o ignorati, mandati al macero insieme ai tesori archeologici ridotti in frammenti e portati via dalle biblioteche e dai musei di Baghdad.

La mia tesi è che la storia è fatta da uomini e donne, e può essere disfatta e riscritta, sempre con omissioni e silenzi, sempre con forme imposte e distorsioni tollerate, in modo che il “nostro” est, il “nostro” Oriente diventi una cosa “nostra” che possiamo possedere e dirigere a piacimento. Nutro grande considerazione per la forza e il talento che i popoli di quella regione mostrano nel continuare a lottare per la loro idea di ciò che sono e vogliono essere.

L’attacco alle società arabe e musulmane contemporanee per la loro arretratezza, per la mancanza di democrazia e per la negazione dei diritti delle donne è stato talmente massiccio e aggressivo che abbiamo dimenticato una cosa semplice: i concetti di modernità, illuminismo e democrazia non sono così ovvi e condivisi. La disinvoltura sbalorditiva di certi giornalisti, i quali parlano in nome della politica estera senza avere la minima conoscenza della lingua realmente parlata dalla gente, ha creato dal nulla un paesaggio desertico su cui la potenza americana può costruire un finto modello di “democrazia” da libero mercato.

Ma c’è una differenza fra quella conoscenza di altri popoli e altri tempi che scaturisce dalla comprensione, dall’empatia, da uno studio e un’analisi attenti e condotti per amor di ricerca, e l’altra conoscenza, che s’inscrive in una campagna generale di autoaffermazione, belligeranza e guerra aperta.

Indubbiamente, una delle catastrofi intellettuali della storia è il fatto che un manipolo di politici americani non eletti abbia orchestrato una guerra imperialistica e l’abbia mossa contro una sconquassata dittatura da terzo mondo per motivi prettamente ideologici, legati al dominio del mondo, al controllo sulla sicurezza del pianeta e delle sue scarse risorse, ma mascherata nelle sue vere intenzioni, sollecitata e preparata da certi orientalisti che hanno tradito la propria vocazione di studiosi.

Gli esperti
Le persone che hanno più influito sul Pentagono e sul Consiglio per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Bush sono stati personaggi come Bernard Lewis e Fouad Ajami, i due esperti del mondo arabo e islamico che hanno aiutato i falchi americani a pensare fenomeni ridicoli come la “mentalità araba” e l’ormai secolare declino dell’islam, che soltanto la potenza americana, secondo loro, può arrestare.

Oggi le librerie statunitensi sono piene di mediocri libercoli dai titoli allarmistici che parlano di islam e terrorismo, di minaccia araba e di pericolo musulmano, scritti da polemisti che fanno finta di avere una conoscenza mutuata da esperti che si spacciano per profondi conoscitori di quei bizzarri popoli orientali. La Cnn e la Fox tv, la miriade di commentatori evangelici e di destra ospitati da programmi radiofonici, innumerevoli tabloid e perfino riviste mediocri, hanno riciclato le stesse invenzioni non verificabili e le stesse grossolane generalizzazioni per aizzare l’“America” contro il demone straniero.

Il nocciolo del dogma
La guerra contro l’Iraq non avrebbe avuto luogo se non fosse stata diffusa in modo organizzato l’idea che quelli laggiù non sono come “noi” e non condividono i “nostri” valori: insomma, senza il nocciolo stesso del dogma tradizionale dell’orientalismo.

I consiglieri americani del Pentagono e della Casa Bianca usano gli stessi cliché, gli stessi stereotipi denigratori, le stesse giustificazioni del potere e della violenza (in fin dei conti, dice il ritornello, l’unica cosa che quella gente capisce è il linguaggio della forza) che usavano gli studiosi reclutati dai conquistatori olandesi della Malesia e dell’Indonesia, dalle armate britanniche in India, in Mesopotamia, in Egitto e in Africa occidentale, dagli eserciti francesi in Indocina e in Nordafrica. Adesso, in Iraq, queste persone sono state affiancate da una schiera di ditte appaltatrici private e di zelanti imprenditori cui verrà affidato di tutto, dalla redazione dei libri di testo e della costituzione, alla riorganizzazione della vita politica dell’Iraq e alla privatizzazione della sua industria petrolifera.

Da sempre, nei discorsi ufficiali, ogni impero dichiara di non essere come gli altri, di nascere in condizioni particolari e di avere una missione: illuminare, civilizzare, portare ordine e democrazia. E da sempre sostiene di usare la forza soltanto come ultimo rimedio. Ma ancor più triste è vedere che c’è sempre un coro di volenterosi intellettuali pronti a presentare l’impero sotto una luce benevola o altruistica con parole tranquillizzanti.

Venticinque anni dopo la sua prima edizione, Orientalismo torna a sollevare la questione se l’imperialismo moderno sia mai finito, o se invece sia proseguito in Oriente dopo l’ingresso di Napoleone in Egitto due secoli fa. Arabi e musulmani si sono sentiti dire che fare le vittime e lagnarsi incessantemente delle depredazioni dell’impero non è che un modo per sottrarsi alle responsabilità del presente. “Avete sbagliato, avete fallito”, dice loro l’orientalista moderno. Sulla stessa linea si colloca il contributo letterario di V.S. Naipaul, il quale descrive le vittime dell’impero intente a lamentarsi mentre il loro paese va in malora.

Che superficialità nel valutare l’intrusione imperiale! E che scarso desiderio di tenere conto dell’interminabile successione di anni durante i quali l’impero continua a pesare sulla vita dei palestinesi, tanto per fare un esempio, oppure dei congolesi, degli algerini o degli iracheni.

Si pensi, invece, alla sequenza che ha inizio con Napoleone, continua con l’ascesa degli studi orientalistici e la conquista del Nordafrica, passa attraverso analoghe imprese in Vietnam, in Egitto, in Palestina e poi, per tutto il ventesimo secolo, prosegue nella lotta per il petrolio e il controllo strategico sul Golfo, l’Iraq, la Siria, la Palestina e l’Afghanistan. Si pensi inoltre all’ascesa dei nazionalismi anticoloniali per il breve periodo dell’indipendentismo liberale, all’era dei colpi di mano militari, delle insurrezioni, delle guerre civili, del fanatismo religioso, della lotta irrazionale e della brutalità senza mediazioni nei confronti dell’ennesimo branco di “indigeni”. Ognuna di queste epoche e di queste fasi produce una sua conoscenza distorta dell’altro; ognuna dà luogo a immagini riduttive, a polemiche litigiose.

In Orientalismo l’idea era usare la critica umanistica per ampliare il terreno dello scontro, per introdurre una sequenza di pensiero e di analisi più lunga, che potesse prendere il posto delle brevi raffiche di furia polemica in cui siamo ingabbiati, una furia che paralizza il pensiero. Quel che ho cercato di fare l’ho chiamato “umanesimo”, termine che continuo ostinatamente a usare malgrado l’atteggiamento sprezzante con cui lo liquidano i sofisticati critici postmoderni. Per “umanesimo” intendo innanzitutto il tentativo di sciogliere quelle che Blake definì poeticamente “le pastoie forgiate dalla mente”, cosicché si possa usare la propria mente in modo storico e razionale allo scopo di raggiungere una comprensione riflessiva.

Aggiungo che l’umanesimo affonda le radici nel senso di comunanza con altri interpreti e altre società e periodi, tanto che a rigor di termini l’umanista non può esistere nell’isolamento.

Il contesto della storia
È dunque corretto affermare che ogni sfera è legata all’altra e che nulla di quanto accade nel nostro mondo è mai isolato e immune da influssi esterni. Dobbiamo parlare dei problemi dell’ingiustizia e della sofferenza collocandoli nel più ampio contesto della storia, della cultura e della realtà socioeconomica. Ho trascorso gran parte della mia vita, in questi ultimi trentacinque anni, a sostenere il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione nazionale, ma ho sempre tentato di farlo accordando piena attenzione alla realtà del popolo ebraico, delle persecuzioni e del genocidio che ha subìto.

La cosa importante è che la lotta per l’uguaglianza in Palestina/Israele deve tendere a una finalità umana, cioè la coesistenza, non l’ulteriore repressione e negazione.
In quanto umanista e studioso di letteratura, sono abbastanza anziano da aver ricevuto la mia formazione quarant’anni fa nel campo della letteratura comparata, le cui idee guida risalgono ad autori attivi in Germania fra la fine del diciottesimo secolo e l’inizio del diciannovesimo. Ma non si deve dimenticare lo straordinario contributo creativo di Giambattista Vico, il filosofo e filologo napoletano le cui idee anticiparono quelle di pensatori tedeschi come Herder e Wolf, seguiti poi da Goethe, Humboldt, Dilthey, Nietzsche, Gadamer e infine dai grandi filologi romanzi del ventesimo secolo, Erich Auerbach, Leo Spitzer ed Ernst Robert Curtius.

Ai giovani dell’attuale generazione, l’idea stessa di filologia suggerisce qualcosa di insopportabilmente antiquato e stantio. In realtà la filologia è la più fondamentale e creativa delle arti interpretative. Ai miei occhi è esemplificata nel modo più ammirevole dall’interesse che Goethe aveva in generale per l’islam e in particolare per Hafiz, il poeta sufico persiano del quattordicesimo secolo. Una passione che lo condusse a comporre il Westöstlicher Diwan e che incise sulle sue riflessioni sulla Weltliteratur (letteratura mondiale).

Goethe sosteneva che fosse possibile studiare tutte le letterature del mondo come un insieme sinfonico, leggibile sul piano teorico rispettando l’individualità di ciascuna opera senza perdere di vista l’insieme. È assai ironico dover constatare che, ora che questo nostro mondo globalizzato cancella gradualmente le distanze, stiamo forse avvicinandoci proprio a quella standardizzazione e a quell’uniformità che Goethe cercò di evitare con il suo pensiero.

È quanto affermava Erich Auerbach in un saggio pubblicato nel 1951 con il titolo Philologie der Weltliteratur. La sua grande opera Mimesis, pubblicata a Berna nel 1946 ma scritta durante la guerra, quando Auerbach era in esilio a Istanbul dove insegnava lingue romanze, doveva essere proprio una testimonianza della molteplicità e concretezza della realtà rappresentata nella letteratura occidentale da Omero a Virginia Woolf.

Tuttavia, a leggere il saggio del 1951, si avverte chiaramente che per il suo autore Mimesis era una vera e propria elegia scritta in onore di un’epoca in cui gli studiosi sapevano interpretare i testi in modo filologico, concreto, con sensibilità e intuito, usando l’erudizione e la loro eccellente padronanza di diverse lingue a sostegno di quella capacità di comprensione cui Goethe si richiamava nella sua analisi della letteratura islamica.

La lettura filologica
Una conoscenza delle lingue e della storia era necessaria ma non è mai stata sufficiente, così come la raccolta meccanica di fatti non avrebbe mai potuto costituire un metodo adeguato per cogliere il significato di un autore, poniamo, come Dante. Il requisito principale per quella lettura filologica che Auerbach e i suoi predecessori tentarono di mettere in pratica era infatti saper entrare in modo empatico, ma senza mai perdere la propria soggettività, nella vita di un testo scritto, esaminandolo dal punto di vista del suo tempo e del suo autore. Dunque, anziché accostarsi a tempi e culture diversi con senso di alienazione e di ostilità, la filologia applicata alla Weltliteratur richiedeva uno spirito profondamente umanistico da applicare con generosità e ospitalità. Solo così la mente dell’interprete può fare posto dentro di sé a un Altro estraneo. Quest’attività creativa, volta a far posto a opere estranee e distanti, è l’aspetto più importante della missione dell’interprete.

In Germania, inutile dirlo, l’avvento del nazionalsocialismo intervenne a delegittimare e distruggere tutto questo modo di pensare. Dopo la guerra, osserva Auerbach tristemente, la standardizzazione delle idee e la crescente specializzazione del sapere restrinsero gradualmente gli orizzonti di quel lavoro filologico investigativo e di quella ricerca incessante che egli aveva sostenuto. E il fatto ancor più deprimente è che dopo la sua morte, avvenuta nel 1957, l’idea e la pratica della ricerca umanistica hanno perso respiro e centralità. Anziché leggere nel vero senso della parola, i nostri studenti sono spesso distratti dal sapere frammentario disponibile su internet e dai mass media.

Ma c’è di peggio: l’istruzione è minacciata da ortodossie nazionalistiche e religiose spesso diffuse dai media, che puntano i riflettori in modo astorico e sensazionalistico sulle remote guerre elettroniche. Queste, mentre danno allo spettatore un senso di precisione chirurgica, in realtà oscurano le tremende sofferenze e devastazioni prodotte dalla guerra moderna. Nella loro demonizzazione di un nemico ignoto, etichettato come “terrorista” per mantenere l’opinione pubblica in stato di tensione rabbiosa, le immagini proposte dai mass media riscuotono un’attenzione eccessiva e si prestano a essere sfruttate in tempi di crisi e d’insicurezza come quelli del dopo 11 settembre.

Come americano e come arabo, devo chiedere al mio lettore di non sottovalutare la visione del mondo semplificata che l’élite relativamente esigua di civili che lavora al Pentagono ha elaborato e proposto come politica americana verso l’intero mondo arabo e musulmano. Una visione in cui il terrorismo, la guerra preventiva e i cambiamenti unilaterali di regime, sostenuti dal bilancio militare più gonfiato della storia, sono i concetti chiave discussi incessantemente da organi d’informazione che si attribuiscono la funzione di produrre cosiddetti “esperti”, i quali confermano la linea del governo.

La riflessione, il dibattito, l’argomentazione razionale e i principi morali fondati sul concetto laico secondo cui gli esseri umani devono plasmare da soli la loro storia sono stati sostituiti da idee astratte che celebrano l’eccezionalità americana e occidentale, sminuiscono l’importanza del contesto e guardano alle altre culture con disprezzo.

Mi si obietterà forse che stabilisco nessi troppo diretti fra interpretazione umanistica da una parte e politica estera dall’altra, e che una società tecnologica moderna, la quale oltre a un potere senza precedenti dispone di internet e degli aerei caccia F-16, deve essere comandata da temibili esperti tecnico-politici come Donald Rumsfeld e Richard Perle. Ma quel che si è perso davvero è il senso dello spessore e dell’interdipendenza della vita umana, che non si può né ridurre a una formuletta né liquidare come irrilevante.

Questo è solo un aspetto del dibattito globale. La situazione nei paesi arabi e musulmani non è certo migliore. Anzi, come ha osservato Roula Khalaf, giornalista del quotidiano britannico Financial Times, la regione è scivolata in un facile antiamericanismo che denota scarsa comprensione di che cosa sia davvero la società statunitense. Poiché i governi dei paesi arabi sono relativamente impotenti a influire sulla politica americana, usano le loro energie per reprimere e assoggettare i loro stessi popoli.

Risultato? Risentimento, rabbia e vane imprecazioni che nulla fanno per rendere più aperte quelle società dove la concezione laica della storia e dello sviluppo umano è stata scalzata dal fallimento e dalla frustrazione, ma anche da un islamismo fatto di apprendimento acritico dei testi e di cancellazione di forme di sapere secolare, considerate “altre” e concorrenziali. La graduale scomparsa della luminosa tradizione dell’ijtihad islamico, cioè del processo di elaborazione delle norme islamiche a partire dal Corano, è uno dei grandi disastri culturali del nostro tempo. Il risultato è che ogni pensiero critico e ogni tentativo individuale di affrontare seriamente i problemi del mondo moderno sono semplicemente tramontati.

Identità collettive
Con ciò non intendo certo dire che il mondo culturale sia semplicemente regredito da una parte a un orientalismo bellicoso, e dall’altra a un rifiuto indiscriminato. Il vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite tenuto l’anno scorso a Johannesburg, con tutti i suoi limiti ha però rivelato un vasto terreno di interessi globali comuni, il che denota come fatto positivo l’emergere di una nuova collettività e conferisce nuova urgenza al concetto spesso banalizzato di mondo “unito”.

Ma tuttavia dobbiamo ammettere che nessuno può davvero conoscere l’unità straordinariamente complessa del nostro mondo globalizzato. I tremendi conflitti che sospingono le persone entro categorie falsamente unificanti come “America”, “Occidente” o “islam” e che inventano identità collettive a uso e consumo di vaste masse di individui in realtà molto diversi vanno contrastati. Per farlo disponiamo ancora delle capacità interpretative razionali che formano il retaggio dell’educazione umanistica, intese non come un pietismo sentimentale che c’imponga di tornare ai valori tradizionali o ai classici, bensì come pratica attiva di un discorso razionale, mondano e secolare.

Il mondo secolare è il mondo della storia così come la fanno gli esseri umani. Il pensiero critico non si assoggetta agli ordini di unirsi ai ranghi di chi marcia contro questo o quel nemico riconosciuto. Anziché a un artificioso scontro di civiltà, dobbiamo dedicare la nostra attenzione al lento e paziente lavoro comune delle culture che di volta in volta si sovrappongono, prendono in prestito le une dalle altre e coesistono.

Ma per raggiungere questa visione più ampia occorre tempo, occorre un’indagine paziente e scettica, sorretta dalla fede in comunità di interpretazione ben difficili da tener vive in un mondo che esige azioni e reazioni istantanee. La concezione umanistica si basa sul concetto di ruolo attivo del soggetto umano e della sua intuizione, anziché su luoghi comuni e autorità imposte dall’esterno. I testi vanno letti come prodotti che sono nati e continuano a vivere in mille modi che io ho definito mondani. Ma ciò non esclude affatto il potere. Al contrario, ho cercato di mostrare come il potere s’insinui persino nelle discipline più recondite e vi s’intrecci.

L’ultima cosa, ma non in ordine d’importanza, che vorrei dire è che l’umanesimo costituisce l’unica – oserei dire anche la massima – forma di resistenza contro le pratiche inumane e le ingiustizie che deturpano la storia dell’umanità.

http://www.internazionale.it/firme/articolo.php?id=4202

Articoli di Edward W. Said pubblicati da Internazionale

Una finestra sul mondo
28 ago 2003

Gli intellettuali occidentali hanno contribuito a preparare e giustificare la guerra all’Iraq. Venticinque anni dopo la pubblicazione di Orientalismo, Edward Said ribadisce le sue tesi nella nuova introduzione al libro



L’illusione della pace
12 giu 2003

All’inizio di maggio, mentre era in visita in Israele e nei Territori occupati, il segretario di stato americano Colin Powell si è incontrato con il nuovo primo ministro palestinese Abu Mazen e con un piccolo gruppo di rappresentanti della società civile fra cui Hanan Ashrawi e Mustafa Barghuti.



Gli arabi e l’impero
29 mag 2003

Mi sembra che oggi, agli occhi di molti arabi, quello che è successo in Iraq negli ultimi mesi sia poco meno di una catastrofe.



Inaccettabile impotenza
23 gen 2003

Ogni giorno apro il New York Times per leggere l’ultimo articolo sui preparativi di guerra negli Stati Uniti



Europa e America
28 nov 2002

A paragone con la febbre guerriera degli Stati Uniti, l'Europa conserva un atteggiamento più moderato e riflessivo. Ma non ha ancora assunto un ruolo capace di bilanciare sul serio le posizioni dell'America



Le grottesche menzogne di Sharon
27 set 2002

Israele continua a sostenere di essere in lotta contro il terrorismo. Ma in realtà sta usando la sua forza soprattutto per umiliare un popolo



Occasioni perdute
20 lug 2002

La guerra del Golfo ha istituzionalizzato i traffici tra Stati Uniti e arabi: gli arabi danno, e gli Stati Uniti danno a Israele



La crisi degli ebrei americani
8 giu 2002

Perché il supporto americano a Israele è più fanatico persino dei sentimenti antiarabi degli israeliani?



Guardare avanti
13 apr 2002

Cosa c'è oltre la sopravvivenza?



Il prezzo di Oslo
16 mar 2002

Dare il giusto valore a decenni di sofferenze palestinesi e all'enorme costo umano della politica devastante di Israele: è questo l'unico punto di partenza per i negoziati di pace



La vite continua a girare
9 feb 2002

Tocca alle vittime mostrare le nuove strade della resistenza



Alternative palestinesi
19 gen 2002

L’intifada palestinese è cominciata quindici mesi fa, ma da allora ha dato pochi risultati politici. E questo nonostante la forza dimostrata da un popolo che, sotto occupazione militare, disarmato, con una leadership insufficiente ed espropriato della sua terra, continua a sfidare la macchina da guerra israeliana

http://www.internazionale.it/firme/archivio.php?author_id=10

Said and Media

Titolo Covering Islam: How the Media and the Experts Determine How We See the Rest of the World
Autore Said, Edward W.
Prezzo
€ 12,48
Categoria History: World
History: Middle East
Social Science: Media Studies
Rilegatura Paperback
Dati 272 p.
Anno 1997
Editore Vintage Books USA

http://www.ibs.it/book/9780679758907/said-edward-w/covering-islam-how.html

lunedì 7 settembre 2009

Death to the media moguls!

Saudi Arabia

Sep 18th 2008 | CAIRO
From The Economist print edition
The abiding puritanism of some senior Saudi sheikhs

IN MOST countries, incitement to murder is a crime. But in Saudi Arabia, encouraging people to kill is a special privilege reserved for those whose job it is to uphold the law. At least, this appeared to be the case when the kingdom’s chief justice, Sheikh Saleh Luhaidan, speaking on a live radio programme, answered a caller’s question about the broadcast of “lewd” television shows during the holy month of Ramadan. The 79-year-old religious scholar described the owners of some satellite channels as “apostles of depravity”, and said it would be lawful to kill them.

Understandably, those words from the head of the Supreme Judicial Council, Saudi Arabia’s highest court of appeal, sparked an uproar. Not only Saudi liberals but prominent rival sheikhs condemned the ruling as an example of the ideological extremism that has encouraged violent radicals. In response, Mr Luhaidan qualified his words. He did not mean to imply that anyone should just go out and murder broadcasters, said the bearded sheikh in a subsequent interview on state television. Such people should only be killed after being tried in a Saudi court and only after being given a chance to mend their ways.

Saudis are used to chilling pronouncements from the country’s 700 religious judges, all of whom are schooled in the puritanical Wahhabist interpretation of Islam. The kingdom’s most senior religious authority, the Grand Mufti, Sheikh Abdul Aziz al-Sheikh, recently scolded a fellow scholar for suggesting that celebrating birthdays was a harmless thing to do, declaring instead that such festivities are sinfully unIslamic. He also blasted a Turkish television serial, whose dramatisation of intrigue and romance among the rich and unveiled Muslims of cosmopolitan Istanbul had attracted record audiences this summer, as subversive to the faith.

Clerical challenges to television content are hardly surprising in a country where religious scholars gave their assent to broadcasting only in 1965, after being shown that Koran recitation and Wahhabist sermons could be beamed through the air too. Many Saudis agree that the fare on satellite television, especially during Ramadan, is unnecessarily racy. Yet many admit that, given bans on other forms of entertainment, there is not much else to do.

What made Mr Luhaidan’s outburst particularly piquant is that the owners of most of the channels that Saudis watch are, in fact, fellow Saudis, some of them with close ties to the ruling family. The chief shareholder of MBC, the region’s most popular entertainment network, boasting some 80m regular viewers, is a brother-in-law of the late King Fahd. Prince Waleed bin Talal, a prominent financier and the current king’s nephew, owns the Rotana network, best known for video clips featuring buxom Lebanese pop tarts. Saudi regulators cannot touch these channels, because they are based outside the kingdom, in more open-minded Dubai. But the authorities have taken disciplinary action. They have abruptly taken the long-running live radio show that featured Mr Luhaidan off the air.

http://www.economist.com/world/middleeast-africa/displaystory.cfm?story_id=12267354

ARAB MEDIA SOCIETY

http://www.arabmediasociety.com/

The journal is indebted to the American University in Cairo and the Middle East Centre, St Antony’s College, Oxford for their ongoing support.


Articoli:
Salafi satellite TV in Egypt - By Nathan Field and Ahmed Hamam

Who’s watching Hamas TV? - By Yael Warshel

Historicizing Arab blogs: Reflections on the transmission of ideas and information in Middle Eastern history - By Brian Ulrich

Libyan Berbers struggle to assert their identity online - By Aisha al-Rumi

Media absent from Yemen’s forgotten war - By Maysaa Shuja al-Deen

Framing April 6: Discursive dominance in the Egyptian print media - By Aaron Reese

BBC Persian television launches - By Paul Cochrane

Islamic music video channel 4Shbab launches - By Ismail Elmokadem

Social media and the Gaza conflict - By Will Ward

Al Jazeera English election coverage: Another missed opportunity - By Lawrence Pintak

Arab youth, television and “affluenza” - By Mark D. Harmon

Lebanon's media battle - By Paul Cochrane

International broadcasting and intercultural dialogue: Deutsche Welle in the Arab World
By Carola Richter

Core to Commonplace: The evolution of Egypt's blogosphere - By Courtney C. Radsch

Reading Lohaidan in Riyadh: Media and the struggle for judicial power in Saudi Arabia
By Andrew Hammond

Revolutions Without Revolutionaries? Network Theory, Facebook, and the Egyptian Blogosphere
By David Faris

LIBRI 2

FANON

- I dannati della Terra
- Il negro e l’altro

DONATELLA DELLA RATTA

http://mediaoriente.com

- Al Jazeera. Media e società arabe nel nuovo millennio

Articoli:
- Reality Soap. Le musalsalat.

PAOLA CARIDI

http://invisiblearabs.blogspot.com

- Arabi invisibili